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Scossoni finanziari

Così è cambiata la geografia delle banche del mondo in 10 anni

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La crisi finanziaria ha bruciato miliardi su miliardi, ma non solo. Ha anche mutato gli assetti internazionali, come fa notare un brillante grafico del Financial Times. In esso è raccontato il decennio 1999-2009 sotto il profilo delle 20 maggiori istituzioni finanziarie del pianeta. I dati ci dicono tutto e nulla: tante perdite, molte fluttuazioni, poche costanti ed una sorpresa. Ma la vera domanda è relativa a cosa c’è dietro. Quanto erano distorti i valori? La solidità patrimoniale di un istituto di credito non si vede dalla sua quotazione di borsa, ma questa è identificativa della percezione che il mercato ha della società in questione.

Partiamo dal 1999, anno in cui al vertice della classifica c’era il colosso statunitense Citigroup, con circa 150 miliardi di capitalizzazione. Al secondo posto Bank of America con 120 mld ed al terzo HSBC, con poco meno di 100 miliardi. Erano gli anni in cui il modello anglosassone era quello dominante. Infatti, dei 20 posti migliori, ben 11 erano detenuti da banche e società finanziarie americane, mentre erano 4 quelli in mano al Regno Unito. Ma le cose non mutano troppo nemmeno dopo l’undici settembre, visto che Citi guadagna ancora, toccando e superando la soglia dei 250 miliardi nel 2001, consolidati l’anno successivo. La costante di HSBC è notevole, dato che per tutto il decennio non perderà molte posizioni: solo nel 2007 e nel 2009 risulterà quarta, senza mai peggiorar la sua performance. Altalenante, invece, Bank of America, che subisce molte perdite nel 2001, cadendo al sesto posto. Sostanzialmente invariata la presenza anglosassone in quell’anno, salvo poi raggiungere il suo culmine nel 2003, l’anno in cui secondo Gerald P. O’Driscoll, senior fellow del Cato Institute, è iniziata la vera corsa della bolla speculativa del mercato immobiliare americano.

Questo è l’anno in cui entra in vigore la Dottrina Greenspan, grazie alla quale i mercati vengono inondati di liquidità a basso costo e si creano le condizioni per le malsane regole di accettazione dei finanziamenti abitativi che hanno portato alla crisi del 2007. In questo quadro, fra le venti più grandi potenze finanziarie mondiali, v’erano 13 società yankee, 4 britanniche ed una a testa per Svizzera (UBS), Francia (BNP Paribas) e Spagna (Santander). Ma le cose peggiorano nel 2006, in cui il mercato è quasi saturo per tutto il marcio che si stava creando. Citigroup era sempre al vertice, con quasi 250 miliardi di capitalizzazione, ma inizia a cambiare l’assetto geoeconomico. Entrano infatti nel panel del Financial Times tre finanziarie giapponesi: Mitsubishi Financial, Mizuho e Sumitomo Mitsui. Anche UniCredit, dopo il processo di ingrandimento verso est, entra in classifica, come i sauditi di Al Rahji Bank. Quello che stupisce è altro, tuttavia.

Nel 2006 si avverte che il mark-to-market può creare forti distorsioni, poiché otto banche risultano con una capitalizzazione superiore ai 100 miliardi, seppur coi piedi d’argilla. Ma è dal 2004 che fra le Venti non ve n’è una sotto i 50 miliardi. Il peggio arriva nel 2007, anno in cui per entrare in classifica bisogna avere più di 80 miliardi di capitale di borsa. Il valore della prima, sempre Citi, è di oltre 250 miliardi, seguita da Bank Of America con quasi 230 e dalla Industrial & Commercial Bank of China (ICBC), di poco inferiore. È la prima volta che il terzetto di testa vede la Cina così potente. La posizione di Pechino è anche rafforzata da altre due società finanziarie, mentre l’Italia si difende bene con UniCredit e la neonata Intesa SanPaolo.

Il 2007 è anche l’anno in cui fallisce Countrywide, società statunitense specializzata nei mutui, e Bear Stearns chiude due fondi hedge a causa delle perdite legate ai subprime. Il mondo finanziario si destabilizza, riscopre le corse agli sportelli con Northern Rock e gli effetti di quasi un lustro di ipoteche pazze negli Usa si fanno sentire sulla classifica. Nel 2008 non vi sono più società americane nei primi tre posti, che sono occupati da ICBC, con quasi 300 miliardi di capitalizzazione, da HSBC e da China Construction Bank, entrambi stabilmente sopra i 170 miliardi. Wall Street si rivede al quarto posto, con Bank of America, ma a colpire è la caduta di Citigroup, finita all’ottavo posto, con poco più di 100 miliardi, rispetto ai 250 dell’anno precedente.

Quello che nel 2008 cambia è l’assetto geografico delle banche: 5 americane, 5 cinesi, 2 britanniche, 2 italiane ed una a testa per Francia, Spagna e Russia. Dopo i fallimenti di Bear Stearns, IndyMac e Lehman Brothers, sono poche le finanziarie yankee che resistono ancora. Ma in generale è tutto il mondo anglosassone che perde colpi, protagonisti e miliardi. Per quel poco che abbiamo potuto osservare nel 2009, la tendenza è stata "cinese". Attualmente infatti, sono tre banche cinesi ad occupare il podio: Bank of China, China Construction Bank ed ICBC. Solo HSBC regge al quarto posto, mentre entrano nuove realtà come Brasile (Itau Unibanco e Bradesco), Canada (Royal Bank of Canada e Toronto-Dominion Bank) ed Australia (Westpack e Commonwealth Bank of Australia). Fortissimo il downsizing totale: solo tre istituti di credito risultano sopra i 100 miliardi, solo cinque sopra i 50, tutti gli altri sotto.

Tutto questo, senza dimenticare tutti i miliardi spesi per i salvataggi che gli Stati hanno cercato di fare, ora con successo, ora con il peggioramento della situazione preesistente, come nel caso di Citigroup. Che la finanza mondiale si stesse spostando, in molti lo avevano avvertito. Ora, coi dati alla mano, fa impressione quanto sia stata potente la crisi del mercato immobiliare americano. Ma fa riflettere anche la presenza, fino a metà degli anni Duemila, di uno dei colpevoli di questa crisi, Fannie Mae, che si può considerare la sorpresa dell’incipit. Rileggere oggi il motto della GSE, “Since 1968, Fannie Mae has helped more than 55 million families achieve the American Dream of homeownership”, fa sorridere ancora di più: le famiglie non sapevano che quello era un incubo.

 

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