La testimonianza

Così è esplosa la rabbia del popolo di Hong Kong

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Cosa sta accadendo ad Hong Kong? Lo abbiamo chiesto ad Oscar Ngai, hongkonghese in Italia da 5 anni, laureato in Filosofia presso l’Università di Urbino.

Milioni di persone in strada, una città paralizzata dalla protesta, e il “capo esecutivo” di Hong Kong Carrie Lam che chiede scusa dopo mesi di manifestazioni. Questo è il quadro attuale, quello che tutti sanno e vedono. Ma cosa è successo davvero ad Hong Kong? Facciamo un attimo di chiarezza cronologica. 17 Febbraio 2018: uccisione di una ragazza hongkonghese in Taiwan commessa proprio da un hongkonghese. 29 Marzo 2019: l’inizio dei lavori legislativi per promulgare la legge sull’estradizione. 3 Aprile 2019: la prima lettura della legge nel Consiglio Legislativo di Hong Kong. Dopo un mese di lavoro, il 9 Giugno, 1 milione di persone scende in strada in segno di protesta ma il governo decide di presentare ugualmente la legge al Consiglio. 12 Giugno: le forze di polizia lanciano candelotti lacrimogeni, proiettili di plastica e sacchetti di fagioli round contro i manifestanti. 16 Giugno: 2 milioni persone invadono le strade della metropoli. 18 Giugno: Carrie Lam chiede scusa pubblicamente. 21 Giugno: movimento di non-cooperazione da parte degli studenti.

Dallo scenario appena descritto un aspetto emerge su tutti: il popolo di Hong Kong è stanco, arrabbiato, deluso. Ma il dato più rilevante è che ora questa rabbia viene espressa. Non è più nascosta tra le pieghe della società. Viene fuori. E questo è sicuramente frutto di un percorso che ora sembra aver raggiunto il suo culmine. Ricordo le proteste nel 2014 contro la decisione del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo – l’organo legislativo cinese – sulla riforma elettorale relativa sia alle votazioni sindacali che alle votazioni parlamentari. In quel caso, i governi di Hong Kong e della Cina continentale, pur sapendo che la riforma non avrebbe trovato sostegno tra le diverse coalizioni, decisero di non offrire altri modelli elettorali se non quello di permettere una votazione popolare di massimo 3 candidati già nominati da un comitato per giunta non democraticamente eletto. Questo aveva dato avvio ad una protesta di 1,2 milioni di persone, protesta che, tuttavia, non fu capace di scalfire la decisione del governo.

Le manifestazioni crebbero sempre di più, diventando un’occupazione pacifica dei luoghi pubblici. Alla fine, però, la riforma si concluse con il “no” del Consiglio: il governo verrà eletto ugualmente da un comitato ma non a suffragio universale. Tutto sembrò tornare alla normalità, ma la rabbia rimase.

Dopo 4 anni, un assassinio, a Taiwan, Stato governato dall’altro governo cinese già in esilio sin dal 1949 dopo la guerra civile, ha spinto il governo di Hong Kong a modificare la legge relativa alle estradizioni, in quanto quella attuale non prevede l’estradizione dei sospetti nel territorio della Cina continentale e di Taiwan.

La legge di estradizione, voluta dal governo di Hong Kong, è di natura positiva e in molti la trovano fondamentale per la giustizia sociale, in quanto effettivamente c’è la possibilità che alcuni soggetti che hanno commesso reati in paesi stranieri possano risiedere fisicamente ad Hong Kong. Questo però può provocare conseguenze irrimediabili e ingovernabili in una città di 7 milioni di abitanti. La coalizione democratica del Consiglio Legislativo di Hong Kong, avvocati, professori, studenti e tanti hongkonghesi hanno trovato problematica tale legge per un unico motivo: che cosa accadrebbe se un “sospetto” venisse consegnato alla Cina continentale dove non ci sono garanzie per i diritti umani? Il messaggio del popolo di Hong Kong è chiaro: la Cina non è sicura, Hong Kong sì.

«Sollitudinem faciunt, pacem appellant!», è paradossale che tale affermazione di Tacito sia così attuale oggi persino nella mia terra, dove si pensava che con 150 candelotti lacrimogeni le opinioni sarebbero state condensate e unificate. Così non è stato. Qualsiasi hongkonghese, sceso per strada in segno di protesta, ha paura di essere estradato in Cina, ha espresso la sua sfiducia nei confronti dei 2 governi, non si fida del sistema parlamentare di Hong Kong, ed è rimasto stupefatto dalla violenza eccessiva delle forze di polizia.

La protesta del popolo di Hong Kong contiene di fatto una richiesta ben precisa: Hong Kong vuole essere se stessa e vuole essere una città libera, unica e di nuovo splendente. Ora Carrie Lam è arrivata a chiedere scusa, ma ormai l’ira del popolo è arrivata al culmine. 2 milioni di persone che protestano pacificamente, praticamente un terzo della città presente fisicamente in strada, è un segno troppo forte, è un evento di portata storica che non può rimanere inascoltato. Evento che ha mostrato con evidenza una realtà, ora come ora, forse difficilmente confutabile: il governo sembra non governare più. Il re è nudo.

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