Così i grillini hanno stretto Zingaretti nella loro morsa

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Così i grillini hanno stretto Zingaretti nella loro morsa

Così i grillini hanno stretto Zingaretti nella loro morsa

22 Agosto 2020

di Frodo

Tra qualche settimana, e più precisamente i prossimi 20 e 21 settembre, si vota in tutta Italia per tagliare il numero dei parlamentari. Si tratta di approvare o no, tramite via referendaria, la riforma grillina. Un appuntamento potenzialmente decisivo per questa legislatura e non solo, ma Zingaretti ed il Partito Democratico non se ne stanno occupando troppo. O, se se ne stanno occupando, lo stanno facendo da dietro le quinte, senza scomodare troppo la macchina propagandistica. Perché?
Il segretario del Pd non può sconvolgere i piani dell’alleato grillino, che nonostante i sondaggi continua ad avere un potere contrattuale di tutto rispetto nel campo del centrosinistra. Dalla candidatura della Raggi alla tenuta del governo, passando per la possibilità di scatenare Giuseppe Conte nell’agone quale leader politico di raccordo sulla scia della gestione pandemica, il MoVimento 5 Stelle ha più armi di quello che si potrebbe pensare. Almeno sul lato della scacchiera in cui opera pure il presidente della Regione Lazio.
Il salto delle alleanze previste per due Regioni in bilico come la Puglia e le Marche non può far dormire sonni tranquilli a Zingaretti: il MoVimento 5 Stelle, anche per mantenere quel potere contrattuale di cui sopra, ha scelto dei candidati autonomi. Il che rappresenta la via maestra per continuare a trattare con l’alleato, dando l’impressione (purtroppo irreale e non veritiera) di essere disposti a staccare la spina all’esecutivo o comunque di non aver paura di un indebolimento generale della compattezza della coalizione. Quale condizione migliore, del resto, di un governo in perenne crisi per i grillini?
Un governo perennemente precario costringe le forze politiche, in specie quella più forte, ossia il Pd, a venire incontro alle richieste dell’altra realtà contraente. Un governo forte non prevede troppe trattative interne, semplicemente perché non ne servono. Al MoVimento 5 Stelle, insomma, piace che il Pd viva sul filo del rasoio. Così come piacerebbe ad una donna insicura, ma volenterosa di farsi desiderare. E il maschio, in questo caso Zingaretti, non può fare poi un granché, perché non stare al gioco, e dunque staccare la spina, significherebbe procedere spediti verso le urne che condannerebbero il centrosinistra ad una sconfitta certa e Zingaretti stesso alle dimissioni da segretario in favore di un congresso per cui è già pronosticabile la candidatura di Stefano Bonaccini.
Il presidente della Regione Lazio è così chiuso in una morsa, metaforicamente femminea, dalla quale risulta molto difficile fuggire. Il prezzo pagato dovrebbe essere la sconfitta alle elezioni regionali. Il governo, in quel caso, terrà con più facilità, se non altro perché impossibilitato a cedere all’esigenza delle urne. La debolezza dell’esecutivo, per paradosso politico, è un salvagente. In cambio, Zingaretti avrà la sua legge elettorale sul modello proporzionale. Per questo, in fin dei conti, il Pd ha preferito tacere sul referendum: impedire alla donna di questa metafora di raggiungere il suo obiettivo, cioè la vittoria sui quesiti referendari, può significare perderla. Ma appoggiarla in pieno significherebbe schiacciarsi troppo sulle volontà di questa femmina.
I due seduttori si studiano, ma alla fine si metteranno insieme perché non hanno alternative. Nel frattempo c’è da soffrire un po’, ma Zingaretti e Di Maio sembrano convenire sulla pena che ne vale. Il Paese – quello no – non può essere soddisfatto di questo gioco adolescenziale che ci conduce al baratro. Ma prima o poi si voterà. E la “coppia” del 2020 non potrà che uscire dal reality personalistico in cui ha deciso di infilarsi.