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Il virus politico

Così l’europeismo è diventata una malattia

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C’è un virus che circola in Italia, ma non è il covid-19: è assai più antico, più endemico e assolutamente palpabile nella vita pubblica del nostro Paese. Non si tratta di un’emergenza sanitaria, ma di un’emergenza politica, un morbo letale per la vita dell’Italia. Si tratta del fanatismo più radicale, in quanto non riconosce critica alcuna, né la minima confutazione delle proprie tesi e argomentazioni, si ritiene infallibile e, cosa assai più grave, crede di essere il fine ultimo, la saturnia tellus dei popoli del Vecchio Continente.

Nato sotto le migliori intenzioni teoriche, prese forma, all’atto pratico, sotto la guida delle Nazioni, per poi trasformarsi, dopo il fatidico 1989, in un’ideologia unica da sostituire con la ormai vetusta e sconfitta ideologia marxista: il progressismo antinazionale per definizione si realizzò, facendo dell’europeismo la sua bandiera ed il suo fine. Dalla Comunità Europea, in cui a dominare erano gli Stati si cercò di edificare il super stato, lo strato superiore, in cui tutti dovevano omologarsi, e chi non lo faceva, mostrando segni di resistenza, veniva e viene tutt’ora tacciato di essere semplicemente un nazionalista e, dunque, in base al principio di omologazione del nemico, “fascista”.

L’Unione Europea prendeva forma sotto la benedizione dei patronati finanziari, che si videro spalancata davanti una prateria da conquistare senza nessuna barriera statuale davanti, mentre i progressisti orfani di quel comunismo da ristorante al di qua della cortina, brandivano in mano non più Il Manifesto di Marx ed Engels né tanto meno il fatidico Libretto rosso Mao, bensì Il Manifesto di Ventotene, sognando gli Stati Uniti d’Europa. L’ingenuità di fondo, complice o meno di questa autoproclamata élite culturale, fu quella di ignorare la storia di molti Paesi Europei. Si compì, infatti, quanto disse acutamente Indro Montanelli: “in Europa i tedeschi ci entreranno da tedeschi, i francesi da francesi, gli italiani da europei”, costituendo la più grande debolezza strutturale italiana nel solco europeo. L’ideologia europeista ha finito per galvanizzare la sinistra, che, negli anni in cui si è trovata al governo, ha agito seguendo il principio dell’europeismo ad oltranza, cedendo la nostra sovranità con la stessa facilità, ma senza gli stessi risultati con cui si cedettero Nizza e la Savoia. La verità ha un sapore amaro ed è quello della consapevolezza di aver svenduto l’anima in un sogno, che gli altri hanno sfruttato per rafforzarsi, lasciando l’Italia a crogiolarsi. La gestione dell’adesione all’euro è stato il simbolo plastico della cialtroneria e della superficialità, dai tassi di cambio alla totale assenza – al contrario di altri paesi UE – di qualsivoglia forma di assenso popolare. L’idea di fondo anche allora fu quella di perseguire il raggiungimento di un fantomatico paradiso, sintetizzato dalla massima dell’allora leader della sinistra europeista “lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se avessimo lavorato un giorno in più”: l’euforia ha avuto la durata di una flebile e fugace brezza estiva, perché l’Italia che il 1 gennaio 2001 stappava spumante e champagne – a seconda dei gusti – e scartava le buste ricolme di monete del nuovo euro, si accorse molto presto che nulla sarebbe stato come prima. Ritornava, infatti, ad aleggiare nel comune sentire quel detto che accompagna spesso l’opinione del popolo italiano si stava meglio quando si stava peggio. Il Bel Paese, dimenticava la sua natura e si svegliava dal baccanale europeista, più povero e più debole. La crisi del 2008 finì per mostrare il vero volto di quell’Unione che di spirituale e di utopico non aveva nulla: al contrario altro non era che un insieme di tecnocrati controllati dalla Germania e dal suo riacquistato potere, dopo il risanamento delle ferite post riunificazione. Molti solo allora capirono il senso delle parole del sette volte Presidente del Consiglio e simbolo della prima repubblica Giulio Andreotti, quando disse “mi piace cosi tanto la Germania che ne preferivo due”. Purtroppo per noi, però, i progressisti italiani non hanno mai letto né Tacito né Carl Schmitt, dunque non hanno mai compreso affondo la natura del popolo tedesco, né quanto letale potesse essere per l’Italia un patto fra Germania e Francia, il quale ha tagliato fuori ogni opposizione alla gestione della crisi finanziaria. Altro problema risiede nel totale asservimento dei rappresentanti dell’Italia presso le Istituzioni europee agli degli altri Paesi: l’Italia invia funzionari ed europarlamentari, per servire l’Europa, gli altri Stati per servire se stessi.

Ora, nonostante l’Italia continui a non capire la morsa a tenaglia nella quale si trova, anche a seguito dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE, sul piano politico, sarebbe opportuno creare un’alleanza tra i Paesi Meridionali che costituiscono l’Unione Europea: Italia, Spagna, Grecia e Portogallo dovrebbero opporsi all’asse nordico capeggiato dalla Germania e dai suoi alfieri olandesi, i quali perseguono solo il proprio interesse nazionale. Se non sarà l’Italia a farsi promotrice di questo asse nessuno avrà la forza politica di farlo. Dov’è finito quel paese “di poeti, santi e navigatori”? Dov’è finita quella nazione di marmo che tutti invidiano? Se l’Italia non si risveglierà dal sonno, rimarrà solo lo spettro di se stessa.

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