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I verbali

Covid, dai verbali troppe omissioni. Uno squarcio sullo strabismo della commissione

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Mi perdoneranno i tecnici e gli esperti, tra cui non mi annovero, per l’utilizzo forse approssimativo di termini e riferimenti medici. Mi approccio al tema del Covid19 dal punto di vista di chi è nato e vive nella regione maggiormente colpita dall’epidemia, la Lombardia, di chi ha visto persone vicine ammalarsi e di chi, avendo incarichi politici, sente a prescindere la responsabilità di comprendere i fenomeni che interessano i cittadini. Non nego dunque di aver divorato famelicamente i verbali appena pubblicati del Comitato Tecnico Scientifico alla ricerca di chiarimenti, di risposte, in particolare alle due domande che rimbalzano nelle teste di molti: è stato fatto tutto quello che si poteva? E abbiamo gli elementi per reagire meglio in caso di seconda ondata? Non intendo avventurarmi in un’analisi troppo ampia della questione, che tocca dai temi più strettamente sanitari fino ai profili costituzionali, ma vorrei concentrarmi su un tema specifico. Su quel dubbio che si fa ancora più pressante leggendo come l’attenzione dei componenti del CTS si concentrava, fino a discettare dei dettagli più minimi, sui sistemi di ventilazione forzata. Ventilazione che, grazie alle intuizioni di alcuni singoli medici, poi si è rivelata pressoché inutile se non accompagnata da una adeguata terapia che intervenisse sulla risposta infiammatoria: la formazione di coaguli nel sangue anche al livello polmonare che compromette l’arrivo dell’ossigeno al sangue, vanificando di fatto la ventilazione meccanica. A questo scopo sono nate le prime sperimentazioni, non senza polemiche, di potenti anti infiammatori, utilizzati già per l’artrite reumatoide, e di anti coagulanti.

È sempre facile ragionare col senno di poi e quasi certamente la mia rappresenta una semplificazione eccessiva dei passaggi che hanno portato a definire una migliore risposta terapeutica alla malattia. Ma con tutta la laicità con cui mi impegno ad affrontare, a maggior ragione, le questioni che non mi trovano tecnicamente preparato, mi domando se non dovesse essere di maggior urgenza ed interesse per un comitato di esperti il verificare prima tutti gli effetti sul corpo umano di un virus sconosciuto, a maggior ragione vista la scarsa informazione scientifica pervenuta dalla Cina, più che definire lo standard dei ventilatori. E qui si arriva ad un altro punto ancora controverso dell’intera vicenda. La discussa ordinanza del ministero della Salute del 2 maggio che sembrava sconsigliare l’esecuzione di autopsie.

Sia chiaro, gli esami autoptici non erano vietati, ma erano definiti tutti i protocolli di sicurezza sanitaria previsti per casi di questo tipo, peraltro già conosciuti, ciò che alcune associazioni di medici legali denunciavano era la scarsità di sale autoptiche adeguate a quei protocolli. Se ci si fosse concentrati sul raccogliere tutte le informazioni possibili sulle cause della letalità di questo virus, attraverso gli esami necessari, svolti nelle condizioni di sicurezza prescritte, sarebbe stato possibile fornire una risposta più efficace all’epidemia? A questa domanda prima o poi si dovrà dare una risposta, ma ora resta più urgente rispondere alla seconda delle questioni aperte, se siamo in grado cioè di reagire meglio in caso di una seconda ondata di contagi. Perché ciò che è certo è che la prevenzione non può basarsi sul soffocamento di milioni di attività fondamentali alla tenuta del tessuto economico mentre si fatica ad arginare i comportamenti irresponsabili di una minoranza di persone.

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