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Crisi ancora aperta con gli Usa: a rischio il decreto Afghanistan

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Se la Farnesina  dava mostra di essere sorpresa per le reazioni americane alla liberazione di Mastrogiacomo, il dipartimento di Stato americano ha mandato all’aria la manfrina in un sol colpo. Con una dichiarazione del suo portavoce, Sean McCormak, Condoleezza Rice ha chiarito che lunedì sera, durante la cena con D’Alema, il dipartimento non era al corrente delle trattative per la liberazione del giornalista italiano. McCormak ha anche confermato tutte le preoccupazioni americane che sino a ieri erano state affidate a fonti anonime: “ci sono persone molto pericolose che sono state messe in libertà”.

D’Alema insomma ha cordialmente cenato con la Rice, siglato un fantomatico patto “dell’Aquarelle” stando ai giornali governativi, ha riso e scherzato, ma non si è fatto sfuggire una parola su quanto il suo governo stava combinando in Afghanistan.

Nessuna intenzione dunque da parte americana di abbassare i toni come si sperava al ministero degli Esteri dopo la tempesta di ieri sera. Anzi la crisi è tutt’ora aperta e in evoluzione.

Le ripercussioni sul versante parlamentare non si sono fatte attendere.

Fini e Berlusconi stanno seriamente considerando l’ipotesi di votare “no” martedì prossimo al Senato sul decreto di rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan. E anche l’Udc, dopo aver ripetuto fino alla nausea che il suo voto favorevole era scontato, ora sembra sull’orlo di un ripensamento.

La questione in ballo però non è più tanto quella della spallata al governo Prodi, ma il mutamento delle condizioni internazionali e sul campo.

Se infatti a ispirare il voto favorevole dell’opposizione al decreto era il senso di responsabilità verso le forze armate impegnate in Afghanistan, ora quella stessa ispirazione potrebbe ribaltare l’atteggiamento parlamentare.

La trattativa per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, infatti, ha prodotto importanti conseguenze strategiche. Le truppe italiane sono inquadrate in Afghanistan con fortissimi limiti operativi, il loro è un ruolo di retroguardia condotto, anche questo, con qualche difficoltà.

Qualche giorno fa, quando i soldati italiani e quelli spagnoli erano impegnati a “impermeabilizzare” i confini della provincia di Herat, contro i Talebani in fuga dalle operazioni americane e inglesi, la maggioranza entrò in crisi e il governo dovette smentire l’eventualità che agli italiani fosse toccato di sparare qualche colpo.

Questa era la situazione acquisita, con cui gli alleati avevano imparato a convivere e che tolleravano come male minore rispetto all’eventualità di un vergognoso ritiro.

Oggi la situazione si è ulteriormente deteriorata. Colpa delle modalità con cui il governo ha condotto le trattative per la liberazione del giornalista di Repubblica, sbagliate in modo madornale per almeno quattro ragioni: l’immediata  e proclamata disponibilità a trattare “ad ogni costo”; la delega a Gino Strada e alla sua organizzazione nella gestione delle trattative, sottratte d’imperio all’intelligence italiana; la pressione spasmodica esercitata sul governo Karzai per autorizzare lo scambio di prigionieri; e infine, ma non per gravità, l’aver accostato alle trattative sulla liberazione una sorta di riconoscimento politico ai rapitori con l’assurda idea di far sedere i talebani ad una fantomatica conferenza di pace.

La folle miscela di questi strafalcioni ha una diretta influenza sulle condizioni militari in atto. I Talebani hanno visto trionfare la loro strategia di rapimenti e ricatti e sono pronti a replicarla su larga scala. E’ inevitabile ritenere che i soldati italiani rischiano di trasformarsi in un serbatoio di ostaggi da prelevare e scambiare ad ogni buona occasione.

L’effetto destabilizzante sulle operazioni militari è facilmente immaginabile e l’irritazione dei comandi militari alleati, trasferitasi di peso nelle critiche delle cancellerie, ne è la controprova.

Persino l’esercito afghano, preoccupato dalle ripercussioni politiche interne dovute alla cedevolezza dei Karzai, preferirebbe oggi una situazione diversa.

Al mutamento del quadro internazionale si accompagna anche un riassetto del panorama politico nazionale. Al successo dei Talebani nella trattativa con il governo ha fatto quasi subito eco la soddisfazione della sinistra della coalizione, a cui ha dato voce molto imprudentemente il presidente della Camera.  “Sono orgoglioso di come è stata condotta l’operazione” ha detto Bertinotti, dando quasi una legittimazione istituzionale alla trattativa con i Talebani.

Al centro-destra non sfugge dunque che la maggioranza si avvia verso il voto per il rifinanziamento della missione non con i soliti maldipancia e contorcimenti, ma appunto con un certo orgoglio. In fondo cosa è accaduto dal loro punto di vista: il successo della “diplomazia dei movimenti”, uno schiaffo agli americani, una forte delusione a Karzai e un premio ai Talebani. Se si sta in Afghanistan per tutto questo alla sinistra non può che fa piacere.

Per questo Forza Italia, Lega e An sono sempre più convinte che per le stesse ragioni ora occorra votare no. La preoccupazione di tenere unita l’opposizione è legittima, ma se la si dà vinta a Casini - che pure ora tentenna -  in un caso come questo, gli si regala su un piatto d’argento la guida dell’opposizione ora e per sempre.

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1 COMMENT

  1. Inadeguati
    Prima la «lettera irrituale» dei sei ambasciatori Nato, adesso l’«iniziativa inaspettata» del Dipartimento di Stato americano. I nostri ministri cascan sempre dalle nuvole…
    O si resta e si combatte a fianco degli alleati o finisce che i nostri soldati si prendono gli spari degli uni e degli altri, e allora è meglio che tornino al più presto.
    Parafrasando Rambo (i film, ogni tanto, a qualcosa servono) ogni ragazzo che è andato fin lì e ci ha lasciato la pelle o ha dato tutto quello che aveva vuole sentirsi amato dal proprio paese. Ecco quello che loro vogliono.

    Francesco (www.star-sailor.net)

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