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Il cavalier serpente

Cronaca di un evento annunciato

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Venerdì 27 maggio ore 12, nello storico Studio A della Rai di Via Asiago a Roma, conferenza stampa di presentazione della ventiduesima edizione del Festival di Musicultura, e la sera alle 20,45 concerto degli otto finalisti.

Il Cav. Serpente, con forti sssssibili di disappunto, non ha potuto essere presente, ma vi racconta lo stesso l’evento perché è da anni frequentatore ed estimatore di questa iniziativa, e forse dovrà ripiegare, per una volta, i denti avvelenati.

Del Festival non si può dire che tutto il bene possibile. E’ un grande evento, e nel campo della musica leggera è secondo solo a Sanremo (un secondo posto per il quale si batte, a nostro parere vittoriosamente, con il Premio Tenco, che ha il difetto di essere un’istituzione con moltissima puzza sotto il naso, di uno snobismo esagerato, e troppo inamidata nel suo bozzolo. Macerata, dove si svolge, è carina, bene organizzata, ospitale e gastronomicamente interessante (sangiovese, ciauscolo e altre finezze suine, per non parlare del Negroni ben ghiacciato sempre pronto per gli amici). Ma il vero gioiello è lo spazio degli spettacoli: il magico Sferisterio. E’ un grande teatro semicircolare all’aperto con tutt’intorno tre ordini di palchi, una platea sull’erba, e dietro il palcoscenico un immenso, altissimo muro di mattoni che diventa un’impressionante quinta naturale su cui si può proiettare, costruire o appendere di tutto. Era il muro su cui veniva fatta rimbalzare la palla nel gioco per cui l’ambiente fu pensato a metà ottocento; qualcosa come la pelota basca.

Uno spazio all’aperto, dicevamo. Ecco, questo è uno dei punti dolenti, qualche volta drammatici della stagione. Perché, per qualche mistero meteo-geografico, in alcune serate di giugno, naturalmente quelle del festival, in quello spazio, e a quanto pare solo lì, si scatenano turbolenze siberiane.

Ancora tremiamo a ricordare il giugno 2008, quando a causa di un nubifragio si dovette annullare la prima serata con la perdita di Stefano Bollani, Irene Grandi e altri notevoli ospiti. La sera dopo niente pioggia, ma otto gradi in platea. Misurati. Sciarpe e giacconi sugli abiti da sera, e l’ospite d’onore, Odetta, più che ottantenne, in scena su sedia a rotelle e doppio plaid scozzese, ma trionfante con un paio di blues come solo lei sapeva fare.

E comunque, freddo o caldo, c’è il concorso dal quale vengono fuori artisti di tutto rispetto, che spesso finiscono precisamente a Sanremo (Povia, Cristicchi e altri).

Ci pare che proprio dentro il nome del festival si trovi anche la ragione di una qualche sua superiorità sugli altri eventi solo musicali. Festival di Musicultura si chiama, e la seconda parte del nome è curata come la prima: presenza di scrittori, letture di poesia, conversazioni sui vini DOC, presentazioni di libri. Tutti i pomeriggi nei luoghi più belli della città.

Insomma, non solo canzonette.

E’ permessa una delle nostre frequenti, piccole digressioni? A Macerata, proprio nel centro compatto, fitto di palazzi rinascimentali, alcuni bellissimi, c’è, infilato a forza, come un qualcosa che all’epoca dev’essere stato vissuto come un dente cariato in una bella bocca, ma che finalmente adesso splende come merita, un edificio in purissimo stile razionalista fascista. Mattoni rossi e travertino, un’enorme baionetta sulla facciata. E’ la casa del mutilato.

Ogni dittatura si porta dietro l’arte di regime, si sa. Se si è sfortunati, ci si ritrova con quella solenne porcheria che è il realismo sovietico. Ma se invece è andata bene, artisticamente intendiamoci, come a noi italiani (anche se abbiamo impiegato un sacco di tempo a rendercene conto), ecco che ogni città anche piccola ha il suo municipio, ufficio postale, o, appunto, casa del mutilato, che sono dei veri capolavori di quella che è stata poi chiamata architettura razionalista e che era, precisamente, arte di regime. 

Se fossimo andati allo Studio A, al ritorno avremmo fatto una deviazione per passare davanti a quello che in questi giorni è il centro di infuocate contestazioni. Il solito dissenso che si accende appena da qualche parte appare qualcosa di nuovo, abbiamo pensato, convinti che tanto, bello o brutto, la gente ha sempre qualcosa da obiettare sulla novità.

Sì e no.

Parliamo della statua di Giovanni Paolo II, da pochi giorni piazzata davanti alla Stazione Termini. Il concetto dell’opera è bellissimo: il grande mantello aperto e cavo a rappresentare l’ecumenicità della Chiesa. Noi, questo abbraccio ideale lo immaginiamo indirizzato a tutti coloro che arrivano a Roma, casa accogliente del cattolicesimo, e quindi la statua la vorremmo rivolta verso la stazione ferroviaria. Invece le dà la schiena e guarda la città. Inevitabile pensare che è lì a salutare chi parte. E poi, il concetto che sta dietro un’opera d’arte è di sicuro importante, ma conta, eccome, anche la forma. E se questa è parecchio sghemba, come nel caso, allora sono guai.

Non abbiamo intenzione di tirare il proverbiale sasso e nascondere la mano. Vi spieghiamo la nostra impressione. E’ un bronzo alto più di quattro metri, molto massiccio, malgrado l’apertura del mantello, dentro il quale non è neanche accennata la struttura di un corpo umano, e fin qui, passi. Ma in cima a questa capanna è impiantata una testona cilindrica con lineamenti abbozzati e per niente somiglianti al soggetto. E anche questo, passi. Non è che la somiglianza sia essenziale. Ma allora il messaggio, artistico o simbolico che sia, se non nella rassomiglianza, o nell’imponenza dell’opera, o nella preziosità del materiale, dovremmo almeno trovarlo nella suggestione spirituale. E quella non siamo riusciti neanche a intravvederla.

Viziati dall’arte classica? Forse. Ma allora perché ci piace anche Picasso? Vuol dire che da Picasso qualcosa ci arriva, mentre da Oliviero Rainaldi (l’autore contestato, ma immaginiamo felicissimo per la pubblicità) ci pare proprio di no.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

 

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