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Non andrà tutto bene

Cronache da Marte: lo sciopero degli statali e il perché dal Covid non usciremo migliori

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Hanno cercato (invano) di raccontarla in maniera presentabile dal punto di vista dei contenuti, mettendo avanti categorie certo non invise in questo periodo all’opinione pubblica (medici, infermieri, forze dell’ordine…). L’hanno architettata assai meno bene come tempistica: uno sciopero di mercoledì 9 dicembre, attaccato alla festività-ponte di martedì 8, somiglia troppo alle astensioni dal lavoro proclamate nei venerdì d’estate dai sindacati del trasporto pubblico per non suscitare i peggiori pensieri.

In ogni caso, tempi e contenuti appaiono oggi come una mera sovrastruttura. Il dato di fondo è che indire uno sciopero del pubblico impiego in un frangente come quello che stiamo vivendo è qualcosa che suonerebbe assurdo anche nelle cronache dal pianeta Marte. E il fatto che i sindacati della triplice si siano trovano concordi in questa iniziativa la dice lunga sulla distanza siderale che li separa ormai da tempo dal Paese reale.

Non sappiamo se questa distanza, oltreché i rappresentanti, riguarderà anche una fetta significativa dei rappresentati: lo sciopero è ancora di là da venire, magari verrà revocato, e in caso contrario è presto per capire in che percentuale i dipendenti pubblici decideranno di aderire e in quale proporzione vorranno invece dimostrarsi migliori di coloro che agiscono e contrattano in loro nome.

Di certo, il solo fatto che una iniziativa del genere sia stata ipotizzata è sufficiente a lacerare ulteriormente il tessuto di un Paese che già rischia di uscire a brandelli da questa pandemia. Non si tratta di alimentare una guerra fra poveri, né lo scontro fra i non garantiti e coloro che si illudono di poter restare tali a dispetto della voragine che si va spalancando nei conti pubblici in assenza del gettito fiscale dei “non garantiti” e con un welfare spolpato fino all’osso. Si tratta, semplicemente, di mantenere un barlume di decenza.

Perché se il Covid ha colpito più o meno indistintamente sul piano sanitario, così non è stato per le sue conseguenze socio-economiche. E se per un breve periodo qualcuno ha potuto pensare che si tratti del “rischio d’impresa” insito in attività che in tempi di vacche grasse sono mediamente assai più remunerative di quanto non lo sia il lavoro dipendente (ragionamento comunque un po’ sghembo se si considera l’economia come un sistema organico), a nove mesi dal primo lockdown, con l’Italia in ginocchio e un rosario quotidiano di fallimenti e prevedibili licenziamenti, rinverdire in salsa millenaristica i cascami ideologici della lotta di classe denota una drammatica assenza di consapevolezza. Finanche dei propri stessi interessi.

Diciamolo con estrema franchezza. Già l’atteggiamento mostrato in questi mesi nei confronti nelle chiusure disposte dalle autorità di governo come misura di prevenzione sanitaria non ha certo giovato in termini di coesione nazionale. Non lo si rileva per prendere parte nel derby fra “aperturisti” (per lo più autonomi e partite Iva) e “restoacasisti” (per lo più stipendiati con impiego “sicuro” a tempo indeterminato), ma per registrare in una considerevole fetta dei secondi quasi un senso di sadica rivalsa in luogo della drammatica consapevolezza del sacrificio economico e produttivo imposto a una parte importante del Paese. Né ha avuto la giusta considerazione la forbice che si è andata allargando fra gli stessi lavoratori dipendenti, con i “pubblici” graziati da misure di smart working talvolta surreali (anche per impieghi impossibili da svolgere se non sul luogo di lavoro) e i “privati” che in alcuni casi ancora aspettano la cassa integrazione di primavera e non sanno se sul luogo di lavoro potranno tornarci mai. Lo ribadiamo: non lo si evidenzia per alimentare una guerra fra poveri ma per registrare la distanza oggettiva fra stati d’animo e situazioni di fatto.

Gettare su una ferita così fresca e ben lungi dal rimarginarsi il sale di uno sciopero incomprensibile, intollerabile, ingiustificabile, significa davvero non aver capito nulla. Tutto ciò, peraltro, in presenza di una legge finanziaria che invece di concentrare la totalità delle (poche) risorse disponibili sulle categorie che più duramente hanno scontato le conseguenze di questa crisi, ha comunque destinato – a quanto se ne sa – un considerevole tesoretto in miliardi alla pubblica amministrazione.

Ci vorrebbe un bagno di realtà per far tornare sul pianeta Terra coloro che ancora sembrano non aver capito nulla. E se c’è ancora la possibilità che questo insulto al senso comune il 9 dicembre ci venga risparmiato, si va riducendo al lumicino la speranza che da tutta questa storia usciremo migliori.

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