Home News «Cuomo for president?». Per Trump un’occasione ghiotta (come fu per Nixon)

«Cuomo for president?». Per Trump un’occasione ghiotta (come fu per Nixon)

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Mentre il partito democratico, a causa del coronavirus, ha deciso di spostare la convention finale che decreterà il candidato alle presidenziali Usa del novembre di quest’anno, da metà luglio a metà agosto, sempre a Milwaukee, tra le fila dell’Asinello alcuni si stanno chiedendo se non sia il caso di pensare ad un colpo di scena. E se a metà strada delle primarie, soprattutto dopo la rinuncia di Buttigieg e gli altri, e, poi, del fallimento di Bloomberg, il favorito è sembrato essere il «socialista» Sanders, poi superato in corsa da Biden, un’idea, al tempo del coronavirus, sta trovando spazio. E se fosse Andrew Cuomo, il governatore di New York, lo sfidante di Trump? Una follia? Neanche tanto. E forse neppure all’attuale presidente dispiacerebbe tanto, come vedremo, se la storia ha ancora qualcosa da insegnare. Tra l’altro, la sfida, tra i due, è giornalmente portata avanti dai briefing mattutini dell’italo-americano, e dalle conferenze stampa pomeridiane del presidente, sempre a proposito del coronavirus e sulle strategie da intraprendere per sconfiggerlo. Sui social e sui media, poi, già circola un eloquente «President Cuomo» come lo chiamano i suoi sostenitori. Già, poiché alcuni elettori democratici, giù di corda per i video girati da Biden dal suo seminterrato mentre il tasso di approvazione di Trump sale, vorrebbero il figlio di Mario Cuomo, elogiato per la gestione della crisi, come candidato alla Casa Bianca, anche se Cuomo aveva scartato la possibilità di scendere in campo, decidendo di appoggiare ora Biden, l’ex vice presidente Usa ai tempi del doppio mandato di Obama. Ma se cambiasse idea? L’unico modo in cui Cuomo potrebbe vincere la nomination è se i delegati votassero una seconda volta alla convention ora rinviata in agosto.

Non che la procedura sia vietata, pur non essendosi, Cuomo, presentato nei caucuses, ma il grave vulnus della repubblica presidenziale americana, sarebbe quella di vedere snaturare l’elezione diretta del capo dello Stato, anche se, formalmente, di fatto diretta già non lo è, in quanto è l’electoral college, eletto dal voto popolare, ad eleggere, a sua volta, il presidente Usa. Di fatto, però, i delegati dell’electoral college poi eleggono, di norma, il candidato più votato nelle primarie, sia del partito repubblicano, sia del partito democratico, definendo la forma di governo presidenziale come un esecutivo sostanzialmente eletto direttamente. Un superamento della tradizione, però, carta alla mano, non è da escludere. Nel collegio elettorale che dovrà eleggere il presidente, durante il primo voto si esprimono solo i delegati «assegnati» nelle primarie (3.979) e non i superdelegati (771 voti).

Se nessuno dei candidati raggiunge la maggioranza di 1.991 alla prima votazione, però, si vota una seconda volta: non solo a questo punto intervengono i superdelegati (politici e leader del partito), ma gli stessi delegati «vincolati» diventano liberi di scegliere. Però, a questo punto, dovrebbero verificarsi delle defezioni per Cuomo: sia tra i delegati di Biden, sia di Sanders, e magari anche di Buttigieg e Warren. Lo scenario è, insomma assai improbabile, a meno che non succeda qualcosa a Biden che gli impedisca di accettare la nomination. Un “cigno nero”, al momento imprevedibile, come imprevedibile è stata la pandemia virale ora in corso. Ma questa possibilità, avrebbe anche un precedente. L’ultima volta che un politico ha ottenuto la nomination senza aver gareggiato nelle primarie è stato nel 1968 con Hubert Humphrey, il vice di Lyndon Johnson. Humphrey entrò in corsa tardi (in aprile, dopo il ritiro di Johnson) contro Robert Kennedy (che a giugno fu assassinato) e Eugene McCarthy. Un precedente di buon auspicio, per Trump, visto che i democratici, spaccati, 52 anni fa persero contro Richard Nixon. Lo stesso potrebbe accadere per Trump, con un avversario molto divisivo. Non a caso lo scenario di un partito democratico che d’imperio intervenga per piazzare Cuomo come candidato è sostenuto da giornalisti non ostili al partito repubblicano, come Tucker Carlson su Fox News.

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