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Da che parte sta il Corriere

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Il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli ha schierato il suo giornale a favore del centro-sinistra per la prossima tornata elettorale. Fin qui potrebbe non esserci nulla di male: è buona tradizione anche del giornalismo anglosassone esprimere un endorsement chiaro verso la parte politica che si intende sostenere. Si tratta, in quei casi, di una forma di rispetto verso i lettori.

Che però la vicenda del Corriere abbia caratteristiche diverse lo si è visto dalle sue immediate conseguenze. L'elegante editoriale di Mieli ha fatto subito saltare il tappo di sentimenti interni al giornale non altrettanto british. Il comitato di redazione ha colto al volo l'occasione per pretendere che non solo il direttore ma anche tutti i commentatori ed editorialisti del Corriere si adeguino alla stessa scelta. Il maggiore quotidiano italiano dovrebbe insomma esprimere un monolitico consenso a Prodi e alle sue liste.

Tutto ciò lascia perplessi sotto molti profili, ma uno ci preme sollevare in particolare. E' ormai evidente che una buona parte della campagna elettorale si agita attorno ai temi della sicurezza, della minaccia del fondamentalismo islamista, dei rapporti con i paesi islamici e con i musulmani che vivono in Italia e in Europa. Su temi di questa fatta, il Corriere mostra per fortuna un atteggiamento non ideologico e certamente non monolitico. Gli articoli di Magdi Allam, di Ernesto Galli della Loggia, di Angelo Panebianco, di Piero Ostellino e di molti altri, segnalano l'attenzione di una parte cospicua del giornale ai temi dell'identità nazionale, della tradizione occidentale, del rispetto e della reciprocità nel dialogo tra civiltà e religioni.

Sul versante del centro-sinistra - a cui appunto tutto il Corriere dovrebbe votarsi - questi argomenti sono trattati invece con una forte dose di ideologismo e con posizioni molto poco compatibili con la linea prevalente del giornale. Basta guardare al caso recente della polemica sull'insegnamento dell'Islam nelle scuole, dove uno degli esponenti più moderati dell'Unione, Enrico Letta ha accusato Marcello Pera di essere un 'incendiario' solo per aver detto cose di assoluto buon senso sul rispetto e sulla reciprocità. Un aggettivo scelto particolarmente male se si pensa alle periferie parigine, alle ambasciate occidentali in molti paesi musulmani o alle chiese cattoliche in Nigeria.

Lo stesso Mieli, pure schierato apertamente per Prodi e la sua squadra, si troverebbe a disagio a convivere con l'atteggiamento banalmente buonista e rinunciatario di coloro che lui ritiene più adatti a guidare il Paese. Lo dimostrano molti dei suoi interventi quando teneva la rubrica delle lettere sul Corriere. E uno in particolare, in cui Mieli citava con piena adesione le parole di un intellettuale iraniano nato in Germania, Navid Kermani: «Se ai musulmani sarà data la sensazione di una loro appartenenza all'Europa, si integreranno molto di più e si impegneranno per la collettività”. Si riaffaccia il relativismo culturale? Nient' affatto, risponde Kermani: «al contrario, suggerisco che l'Occidente sia un po' più occidentale e prenda un po' più sul serio i propri valori, in modo che la convivenza con i musulmani possa procedere meglio”.

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