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La nuova Guerra Fredda

Da che parte sta l’Uzbekistan, con la Russia o con l’Occidente?

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Con una nota diplomatica, il Ministero degli Affari Esteri dell’Uzbekistan ha reso noto il proprio ritiro dalla Comunità Economica Euro-Asiatica (CEEA), organizzazione internazionale di carattere economico fondata il 10 ottobre 2000 e che raggruppa Bielorussa, Federazione Russa, Kazakistan, Kirgizistan, Tagikistan e fino al 20 Ottobre l’Uzbekistan.

La CEEA nasce su proposta del Presidenze Kazako Nursultan Nazarbayev al fine di sviluppare la cooperazione in materia doganale e tariffaria nonché la promozione di elementi tipici di un mercato comune tra la Russia e gli altri membri della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). L’Uzbekistan è entrata a farne parte solo dal 2006, più per necessità che per convinzione. Nel maggio 2005 infatti, una violenta repressione della rivolta scoppiata nella prigione e nella città di Andijon, da parte della forza di polizia uzbeka, portò all’irrigidimento delle relazioni diplomatiche con Unione Europea e Stati Uniti e a un avvicinamento del Paese verso la Russia e la Cina. Il seguente mancato rinnovo della concessione della base statunitense di Karshi Kanabad segna, infatti, uno dei momenti più bassi nei rapporti tra Occidente e Uzbekistan.

Islom Karimov, il tre volte eletto Presidente della Repubblica (1991, 2000 e 2007), già presidente della Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan, ha deciso di sospendere la partecipazione del proprio paese alla CEEA, rivendicando la volontà di percorrere una “via Uzbeka” allo sviluppo. Infatti, secondo il Ministero dell’Economia uzbeko, i recenti accordi CEEA firmati a Mosca nel gennaio 2008, con i quali si creava una sorta di unione doganale tra Bielorussia, Kazakistan e Federazione Russa, avvantaggerebbero i paesi già industrializzati spingendo verso una specie di divisione internazionale del lavoro non in linea con i dettami del processo di industrializzazione uzbeko.

Dal punto di vista politico/regionale, la scelta di Tashkent di abbandonare l’EAAC dovrebbe avere poche conseguenze dirette, soprattutto per la scarsa incidenza delle politiche della Comunità. Ne potrebbero risentire maggiormente i rapporti bilaterali con il Kazakistan, vero artefice dell’iniziativa, ferma restando la buona dose di pragmatismo su cui si improntano. Ma appare oscuro ai più il portato economico della “via uzbeka allo sviluppo”, soprattutto quando questa non passa attraverso un sistema economico, sociale e politico di stampo democratico o quanto meno pluralistico.

Trascurando le opinioni di quanti fanno dipendere le scelte di politica estera del paese dal suo costante oscillamento – o forse da quello del suo mutevole presidente – in relazione alle iniziative economiche e politiche coordinate e promosse dalla Federazione Russa, la chiave di lettura dei recenti avvenimenti si potrebbe rintracciare nella volontà di Karimov di tornare a stringere legami più forti con gli Stati Uniti e l’Europa con una duplice obiettivo: uno di carattere prettamente politico/regionale, cioè l’affermazione del paese come media potenza regionale, l’altro maggiormente connesso con lo sviluppo economico e geopolitico del paese centroasiatico in funzione di un progressivo smarcamento dall’influenza russa in campo energetico.

Dopo i già citati eventi di Andijon, una serie di segnali di distensione tra Occidente ed Uzbekistan si sono manifestati nel corso del 2008, sotto forma di riduzione dei vincoli all’emissione di visti per alti ufficiali di governo e di missioni politiche di alto profilo. È la geografia che nel 2008 sembra aver aiutato maggiormente il paese a riavvicinarsi all’Europa ed agli Stati Uniti.

La missione ISAF in Afghanistan, infatti, necessita di una via di approvvigionamento e comunicazione che sia più stabile e sicura di quella pakistana. La complessa situazione pakistana e i continui attacchi ed intimidazioni  ai convogli che attraversano il paese, hanno reso insicure le linee di rifornimento esistenti e hanno spinto la NATO al rafforzamento della via di comunicazione centroasiatica che, partendo dalla Georgia, attraversa il Caucaso, il Mar Caspio, il Kazakistan orientale o la Russia e si congiunge alla rete ferroviaria uzbeka fino a Termiz, al confine con l’Afghanistan. Nel corso del Vertice NATO di Bucarest nell’aprile 2008 il Governo uzbeko ha sottoscritto l’accordo con la NATO per garantire diritti di passaggio ai convogli che trasportino “rifornimenti non letali” alle truppe ISAF. In cambio il governo uzbeko avrebbe ricevuto la promessa di maggiori aiuti finanziari e assistenza economica.

Lo scoglio di questa iniziativa resta comunque ancora a Mosca che, sebbene lo scorso 20 novembre abbia deciso di garantire il passaggio di rifornimenti della Bundeswehr tedesca alle Forze Armate dislocate in Afghanistan attraverso il suo sistema ferroviario, potrebbe non essere disposta a farlo verso altri paesi Europei. Il riavvicinamento del paese all’Europa e agli Stati Uniti potrebbe proiettare l’Uzbekistan verso un rafforzamento della propria leadership regionale, in funzione anti russa. Pur essendo il paese più popoloso della regione con 25 milioni di abitanti, esso è anche il più complesso e variegato, a causa di una pesante eredità lasciata dall’URSS.

Nei cinque nuovi stati nati in Asia Centrale dal dissolvimento dell’Unione Sovietica, le elites al potere che nel biennio ‘90-‘92 si erano assicurate la continuità di governo, portarono con sé le medesime sensibilità politico-culturali, divisioni etniche, confini e risorse con cui dovevano fare i conti, quando le decisioni venivano prese a Mosca. Fino ad allora, gli equilibri si erano mantenuti intatti, grazie all’impossibilità di una Repubblica di prevalere sull’altra e alla supervisione moscovita sugli affari della regione. L’Uzbekistan indipendente però, grazie a una serie di fattori culturali, etnici e storici, rivendica un ruolo guida tra i paesi e le etnie turcofone dell’Asia Centrale. Il paese, infatti, è una rotta di passaggio e comunicazione obbligata nella regione e la capitale Tashkent rappresenta il più importante polo di attrazione regionale. Il suo rapporto con il vicino Kazakistan, il più vasto e ricco dei due, ma anche il meno popoloso e più russofilo, è segnato da fase di rivalità e scontri, seguiti da periodi di collaborazione ed assistenza.

Sebbene un abitante dell’Asia Centrale ex Sovietica su due sia di nazionalità uzbeka, non sempre appartiene alle medesima etnia. Nel paese, infatti, sono presenti 60 etnie diverse; una percentuale variabile dal 30 per cento al 65 per cento di questi è di etnia uzbeka, seguita da quella tagika (dal 5 al 20 per cento) , da quella russa (tra il 5 e l’8 per cento) e da quella kazaka (tra il 3 ed il 5 per cento). Percentuali così discrepanti di uzbeki e tagiki sono comprensibili alla luce della diversa interpretazione di accadimenti storici risalenti al XIX e XX secolo. Prima della costituzione dell’Unione Sovietica e delle sue repubbliche, le popolazioni che abitavano l’odierno Uzbekistan – così come le altre aree centroasiatiche – erano governate da diversi Khan e ben poco esisteva di una nazionalità uzbeka.

Quando nel 1924 venne creata la Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan, i burocrati moscoviti tracciarono delle frontiere che non rispettavano i confini etnici delle popolazioni che vi risiedevano. Accadde così che una vasta porzione di territorio popolato da tagiki – l’attuale sud dell’Uzbekistan con le città di Bukara e Samarcanda e parte della Valle di Fergana ad Est – vennero assegnati alla R.S.S. dell’Uzbekistan, riproponendo la politica sovietica del divide et impera – probabilmente per punire i tagiki a causa del sostegno fornito ai Britannici nel corso del conflitto anglo-russo in Afghanistan. Il collasso dell’Unione Sovietica ha fatto riemergere i conflitti interetnici nel paese e più in generale nella regione, dove si è assistito a un lento ma costante flusso migratorio di etnie di ritorno ai loro paesi di riferimento. Il Governo uzbeko, quindi, nelle sue statistiche ufficiali – l’ultima risale al 1996 – considera uzbeki anche coloro che sono etnicamente e culturalmente tagiki, a differenza di quanto fanno le statistiche internazionali.

Un altro elemento importante per leggere l’attuale situazione è data dalla politica energetica nazionale. L’Uzbekistan è infatti il nono paese al mondo produttore di gas, è un rilevante esportatore di energia elettrica nella regione ed è integrato in un vasto sistema di gasdotti attraverso i quali passa la maggior parte del gas turkmeno diretto in Russia. La volontà di affermare un proprio spazio di manovra indipendente in campo economico e soprattutto nel settore energetico giustificano l’attivismo che contraddistingue i Ministeri chiave di Tashkent. Verosimilmente, l’obiettivo del Presidente Karimov è quello di inserirsi all’interno di un quadro che seppur in complessiva evoluzione dovrebbe segnare un progressivo smarcamento delle Repubbliche Centro-Asiatiche dall’influenza russa, tramite la costruzione di gasdotti che portino la materia prima in Cina, allacciandosi al già funzionante gasdotto sino-kazako, e poi in Europa agganciandosi al costruendo Nabucco.

Tramite il Nabucco, infatti, il gas Azero – e in prospettiva centroasiatico – dovrebbero giungere in Europa attraverso la Georgia e la Turchia, bypassando quindi la Russia, monopolista nella fornitura di gas all’Europa. Nella sua attuale conformazione, il progetto non è economicamente remunerativo, poiché le forniture di gas che lo attraverserebbero non sono sufficienti per garantire bassi costi di trasporto. È necessario quindi, trovare altri paesi, interessati ad allacciare le loro condutture energetiche a quelle del Nabucco. Il Turkmenistan e l’Uzbekistan sarebbero quindi necessari per garantire gli investitori internazionali nella fattibilità del progetto. Al contempo l’Uzbekistan si è dimostrato interessato al progetto di gasdotto che attraversando il proprio territorio e quello kazako – o forse kirgizo – possa portare il gas turkmeno in Cina. A dimostrazione della validità del progetto, il governo turkmeno e quello Cinese, infatti, hanno sottoscritto il 30 aprile 2007 un accordo trentennale per la fornitura di 30 miliardi di metri cubi di gas.

In parallelo però, il 12 maggio 2007, il governo turkmeno, kazako e russo hanno firmato un altro accordo per la quadruplicazione del gasdotto Prikaspiiski che porta attualmente 5 milioni di metri cubi di gas turkmeno in Russia, attraverso il Mar Caspio kazako, dimostrando la schizofrenia del panorama di trasporto energetico centroasiatico. Se tutti i progetti sopracitati dovessero divenire realtà, nessuno di loro sarebbe economicamente remunerativo. E quello per ora più incerto sembra essere proprio il Nabucco. L’Uzbekistan quindi cerca di smarcarsi dal monopolio politico-energetico russo e mira ad avere una propria capacità di manovra nella definizione degli equilibri regionali. Cerca di bilanciare segnali di avvicinamento alla Russia come quelli avvenuti in passato, con atti di amicizia verso gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina. È in equilibrio e – verosimilmente – rimarrà  in equilibrio fino a quando non sarà a rischio la stabilità politica interna, senza la quale l’Uzbekistan potrebbe trovarsi diviso e conteso, come sta avvenendo in altri paesi dell’Ex Impero Sovietico.

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