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Da grande artista a “cieco di merda”. La violenza del conformismo e il dovere di non farsi fregare

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Quando si assumono posizioni politicamente scorrette (e qui all’Occidentale ne sappiamo qualcosa…) bisogna stare molto attenti alle argomentazioni che si adducono e alle parole che si usano. Altrimenti, tra il conformismo del sistema mediatico e la dittatura del pensiero unico, si finisce per fare un favore agli avversari.

Per carità, l’appropriatezza delle locuzioni e il rigore degli argomenti dovrebbero essere la norma in ogni caso, da qualsiasi parte ci si schieri e qualunque concetto si voglia esprimere. Ma noi che siamo abituati a nuotare controcorrente e a combattere contro i mulini a vento e i carri armati dell’ideologia sappiamo bene che mentre sul fronte radical chic, coccolato dal mainstream, tutto viene perdonato e ogni svarione trattato con indulgenza, quando ci siamo di mezzo noialtri ogni sillaba verrà usata contro di noi, e mezza frase “a cazzo” ha il potere di oscurare un’enciclopedia di argomentazioni scientifiche. E se fregarsene intimamente è indice di indipendenza e sanità mentale, tenerne conto è un dovere tattico per non fornire armi a chi vorrebbe tacitare qualsiasi voce di dissenso rispetto al verbo dominante.

Il dibattito sull’attuale pericolosità del coronavirus non sfugge alle regole del gioco. Il mitico “comitato tecnico-scientifico” del governo ha potuto permettersi di pronosticare che con le riaperture avremmo avuto entro metà giugno 151mila ricoverati in terapia intensiva, e nessuno (siamo a fine luglio, i ricoverati sono meno di 50) gliene chiede conto. Medici e scienziati dal curriculum impeccabile, in trincea fin dal primo giorno dell’epidemia, osano affermare ciò che tutte le evidenze suggeriscono – e cioè che il virus esiste, è stato tosto ma ormai è clinicamente depotenziato – e subito vengono messi all’indice e bollati come “negazionisti” (che significa tutt’altro, ma ormai il linguaggio è un optional).

In questo clima di sistematica distorsione della realtà, che ben conosciamo, infilare in un discorso una frase squinternata tipo “io conosco un sacco di gente ma non conoscevo nessuno che fosse finito in terapia intensiva” non è certo un crimine ma è una ingenuità, perché dà modo ai sostenitori dello stato d’emergenza permanente di evocare (cinicamente) i tanti morti pianti da alcune aree d’Italia e liquidare con una cortina fumogena la gran mole di argomenti che sconsigliano non solo la filosofia del lockdown a vita ma anche lo strisciante terrorismo psicologico alimentato da un potere che vuole solo perpetuare se stesso.

Insomma, noi che osiamo dissentire abbiamo il dovere di un surplus di attenzione a come parliamo e a cosa scriviamo. E’ ingiusto, ma è bene che se ne tenga conto.

Detto questo, ci pare di rileggerle le elegie di quelli che oggi sbeffeggiano Andrea Bocelli e si chiedono a quale titolo osi esprimere una opinione. Ce li ricordiamo con i lucciconi agli occhi a salutare questo sfortunato ambasciatore dell’eccellenza italiana nel mondo. Non dimentichiamo quando il fatto decisivo non era che fosse un ottimo musicista, ma che fosse non vedente e lodarlo faceva molto buona educazione (c’è stato il periodo dei cantanti non vedenti, poi quello delle miss Italia di colore, poi è arrivata la stagione arcobaleno).

Ora che il mostro ha gettato la maschera, anzi la mascherina, non va bene più. Non le sue idee, proprio non va bene più lui. Da grande artista a cieco di merda è un attimo. E no, a un Paese così di merda non andrà tutto bene.

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