Il punto di vista

“Da medico non ho studiato per far morire le persone”

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Chi scrive questa breve riflessione è un medico specialista che lavora in un ospedale di Provincia. Come tutti i medici, devo rispettare il Codice deontologico che, periodicamente, viene diffuso da gli Ordini dei medici, ovviamente aggiornato ed attualizzato. L’articolo 17 intitolato “Atti finalizzati a provocare la morte” dell’ultima versione revisionata nel 2017 recita così: “Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte”. Il concetto è brevemente esposto anche nel giuramento che tutti i medici sono tenuti a fare all’atto dell’iscrizione all’Ordine: “Giuro: […]di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte”.

Se il Codice deontologico vieta pratiche eutanasiche è anche perché vuole preservare nei pazienti una certa fiducia nella figura dei medici, di tutti i medici. Vuole garantire che i medici lavorino per preservare la vita prendendosi cura dei pazienti. Recentemente, come noto, la Corte costituzionale ha dichiarato “non punibile ai sensi dell’articolo 580 del Codice Penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Questo, come da anticipazione dell’Ufficio stampa della Corte stessa ed in attesa del testo della sentenza, riferito ad un caso che non riguardava l’operato di un medico. Nel comunicato la Consulta, dichiarando di attendere un intervento da parte del legislatore, accenna ad alcune motivazioni e pone alcuni “paletti”. Da subito, nel dibattito che è nato, alcuni autorevoli commentatori hanno fatto notare come non si sia spesa una parola sull’obiezione di coscienza. A me difficilmente verrà mai richiesto di assistere professionalmente una persona che abbia deciso di suicidarsi. Il problema riguarda, però una lunga serie di colleghi (medici di base, medici di strutture riabilitative o lungodegenziali, specialisti di varie branche) che vengono quotidianamente in contatto con pazienti che potrebbero richiedere assistenza nel loro intento suicida. Come dovrebbero comportarsi e a che punto la loro azione potrebbe essere inquadrata negli “Atti finalizzati a provocare la morte”?

Ad esempio, indicare una struttura in cui viene praticato il suicidio assistito potrebbe essere da considerarsi un atto finalizzato a provocarne la morte? Se così fosse come dovrebbe agire un medico che volesse seguire il Codice deontologico? Personalmente, per assurdo, non ritengo necessaria l’obiezione di coscienza: a tutelare la mia coscienza esiste già il Codice deontologico che, in evidente contrasto con quanto affermato dalla Consulta, mi impedisce di operare portando a morte un paziente che richiede di essere assistito nel suo suicidio.

Inoltre non ho studiato per aiutare le persone a togliersi la vita, lo Stato non ha investito su di me mettendomi a disposizione gli anni di formazione all’Università per fare questo e non mi ha preparato a questo compito. Non sono pagato per questo come non lo sono tutti i miei Colleghi. Se lo facessi rischierei la radiazione dall’Ordine dei Medici per palese violazione del Codice deontologico. Posta la mia assoluta contrarietà a qualsiasi tipo di eutanasia, mi chiedo a quali figure dovrebbe spettare questo compito. Non ai medici, abbiamo visto, perché legati da dettami deontologici a tutelare la vita più che a terminarla. E allora? Una figura nuova? Con che titoli? Con che formazione? Con che esperienza? Anche se fosse una macchina a somministrare il farmaco letale, a chi spetterebbe la prescrizione del farmaco, a chi il compito di predisporre le apparecchiature.

E, prima ancora, a chi il compito di valutare l’effettiva volontà suicida? Il tutto anche per essere certi della reale volontà del paziente che deve effettivamente soffrire di una malattia inguaribile che generi sofferenza, consapevole, libero da pressioni o plagi, e la cui morte non deve essere di interesse per nessuno. Perché anche la morte di un paziente può generare interessi nei confronti di qualcuno.

Detto questo, però, la realtà è diversa: il Codice deontologico si lascia scrivere e, a breve,verrà certamente modificato accogliendo le osservazioni della Consulta. Anche le leggi si lasciano scrivere ed è facilmente immaginabile che il suicidio assistito verrà legalizzato e normato. Che siano i medici o altre figure ad eseguire le “sentenze” poco cambierà. Poi arriverà l’eutanasia attiva e non solo omissiva anche per chi non ha lasciato delle chiare volontà. Poi sarà lo Stato a decidere quali sono le vite degne di essere vissute e quali no. È possibile evitare questa deriva? Si, eleggendo in Parlamento persone capaci di legiferare in senso contrario. Facile, no?

Marco Gabrielli – Medico specialista 

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