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Riflessioni a margine dell’ultimo libro di Pietrangelo Buttafuoco

Da Mussolini a Salvini, senza ritorno. Un paragone che non regge

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Ah, i fatti! Ecco, i fatti non si scelgono, i fatti sono. E ad un cronista, ad un formidabile maestro del “fare cunto”, sono proprio e soltanto i fatti che alla fine interessano.

Perché le piccole storie e le contingenze del momento restituiscono il senso alla storia, molto più di quanto non facciano retro pensieri e calcoli, costruiti tutti di ragionamento. Eccolo il più antico e nobile strumento per tramandare umanità: il fuoco al centro, Ulisse a ricordare ed i Feaci lì in ascolto, rapiti.

Pietrangelo Buttafuoco, come un autentico rapsodo, annota e ammonisce con la forza di vicende e personaggi; angoli e vedute accessorie, fintamente marginali, che fanno però sentire davvero qual è il sapore della minestra. Nel suo ultimo libro, Salvini e/o Mussolini (Paper First, 2020, pagine 155), egli applica il nobile “metodo del cantastorie” al grande spauracchio che oggi fa tremare gli intellettuali con l’accetta, quelli che tagliano i ragionamenti senza sfumature di pensiero, ed un certo conformismo culturale che a sinistra tende a tracciare un solco tra il “noi” di una elite ed il “loro” degli avversari fetenti. L’idea, così fortemente circolante nell’opinione pubblica, è che alla fine tra il Capitano ed il Duce non vi siano poi troppe differenze, anzi di più, che il primo voglia replicare in questo nuovo secolo le imprese del secondo. E non è un vero paragone storico, che tiene dunque conto di inevitabili complessità, ma il tentativo di affibbiare un’etichetta, la peggiore e più infamante, ad un personaggio politico di cui si ritiene inspiegabile l’ascesa. O magari semplicemente non se ne comprendono le ragioni del consenso.

In un energico susseguirsi di confronti, annotazioni brevi e paragoni paradossali tra situazioni di oggi e circostanze di ieri, anche spesso gustose e piacevoli, Buttafuoco disegna tutta la distanza dei termini della questione, che è poi nel tempo e nello spazio di un’Italia che è cambiata, mutata, trasformata. Pur sempre col pesante fardello di Mussolini sulle spalle. Perché alla fine, quello che viene fuori dai vari aut/aut costruiti dal nostro Autore è l’esistenza di una “elettricità eroica, comica e tragica” degli italiani, che però va abitata, vissuta, interpretata. E nella catena di questi abitatori, che secondo Buttafuoco va da Garibaldi a Mussolini, fino a Craxi, bisogna solo capire se possa prendere posto anche l’ultimo arrivato.

Ora, le cose complesse si misurano a tacche, spesso a tentoni. Ma al complesso sembra che qui risponda il vuoto. C’è Mussolini che, contro il fenomeno mafioso, insedia a Trapani il prefetto Mori, che per prima cosa ritira a tutti il permesso di portare armi. Al fine di ripristinare in Sicilia l’autorità dello Stato, il Duce concede a Cesare Mori carta bianca, scrivendogli «se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi». Non proprio l’idea che la difesa privata sia sempre legittima. Ed è a Tripoli, nel 1937, che il Duce riceve dai capi berberi libici il titolo di Saif al Islam, “protettore della religione”, di quella religione per la quale aveva imposto la costruzione di moschee nelle caserme italiane, proprio di fianco alle cappelle cattoliche, e che però oggi si taccia di “incostituzionalità”. Ancora, è a Losanna che un giovane Mussolini, lo stesso del Concordato del 1929, sfida un pastore evangelico a provare l’esistenza di Dio. Prende in mano il proprio orologio e concede dieci minuti a Dio per provare la sua esistenza, fulminandolo. Tutti in silenzio e allo scoccare dei minuti la sala esplode in applauso per l’indiscusso vincitore della sfida.

Sono frammenti sparsi di un tessuto intricato, di un’epoca diversa perché votata alle idee totalizzanti. Ed invece la controparte si confronta con l’oggi, tempo ben più attratto dai trend momentanei e dalle adesioni contingenti. Non per forza un male.

Del Capitano allora Buttafuoco descrive il mondo, la cornice che lo strattona. Felpe e braccialetti, che sanno di appartenenza, di identificazione. La ruspa, quale potrebbe essere un’immagine più forte? L’amore tramontato con la Isoardi, che richiama il fervore di

Pavolini per Doris Duranti. Ne racconta l’intelligente confronto con Berlusconi, mai rinnegato, e con Umberto Bossi, eredità ingombrante. Ne descrive i nemici, autoproclamati prima che dichiarati, da Chef Rubio a Fabio Fazio. Insomma un ritratto per sottrazione e non è poco. Perché l’intuizione di Buttafuoco è giusta: Salvini lo si legge per contrasto. È lui il vicino di casa di tutti, con la forza delle constatazioni dell’esperienza, il sacro e nobilissimo comune senso della realtà. Quello stesso che certa politica ridicolizza, ancor peggio rifiuta; l’esorcismo delle menti esclusive, quindi ristrette.

Salvini è come Elettra Lamborghini, ci suggerisce l’Autore. Influencer, certo. Ma soprattutto capace di seguire i ritmi delle coscienze, di immedesimarsi nel resto, nell’ambiente. Tutto un gioco di cornice dicevamo. Ed è così vero che viene in mente, degna sintesi di questo concetto, quel tale che diceva che l’Italia somiglia ad una bella donna, va dunque assecondata e non governata.

Ma la domanda che resta amara sulla bocca del lettore attento è quella più importante, se la Politica possa alla fine vivere solo di accomodamenti e non abbia poi invece un ulteriore necessità. Quella di sedurre, con idee, prospettive, visioni. Non per forza mondi ed utopie, ma di certo la sensazione che, alla fine della fiera, si stia seguendo, tutti insieme, una direzione. Ci si può fare latori della rabbia dei giusti, dar voce ai nudi fatti, ma alla disgregazione segue sempre il simbolo; quello che prova a resistere alla pietra del mulino ed alla cinica danza dei social. Oppure no?

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