“Da pm dico che i pentiti sono utili ma anche pericolosi, come fu per Tortora”

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“Da pm dico che i pentiti sono utili ma anche pericolosi, come fu per Tortora”

“Da pm dico che i pentiti sono utili ma anche pericolosi, come fu per Tortora”

06 Dicembre 2009

"Un collaboratore di giustizia può fornire elementi utili alle indagini, ma il rischio che tra le verità si celi una menzogna è sempre alto. Per rendersi conto della pericolosità dei pentiti basterebbe ricordare il caso Tortora". Spatuzza non fa eccezione, anche perché dietro le sue parole "che vanno verificate bene e per essere credibili devono portare a fatti oggettivi" potrebbe esserci la mano della mafia contro lo Stato. Stefano Amore, vicesegretario di Magistratura indipendente, ha avuto a che fare coi pentiti a Reggio Calabria dove è stato pm. E da pm analizza i temi più caldi del dibattito sulla giustizia. Da Palermo, a Milano, passando per Roma.

Che idea si è fatto del caso Spatuzza?
Francamente, il clamore mediatico su questa vicenda mi sembra talmente assordante da rendere difficile una qualsiasi riflessione, tanto più una valutazione. La cosa che mi sorprende è che anche commentatori solitamente avveduti si sono lasciati trascinare nella ridda delle ipotesi e delle congetture. Mi rifiuto di partecipare a questo teatrino. Gli unici che possono dire qualcosa su Spatuzza sono i magistrati della Corte di appello di Palermo. Rimandiamo le nostre valutazioni di cittadini al momento in cui conosceremo la sentenza e la sua motivazione.  

Ma secondo lei Spatuzza è attendibile? A lei che è magistrato uno come Spatuzza l’avrebbe convinta sulla mafiosità di Berlusconi e Dell’Utri?
Proprio perché sono un magistrato le uniche cose che mi convincono sono le sentenze passate in giudicato. E anche in ordine a quelle mi riservo, talvolta, come cittadino, il beneficio del dubbio. L’unica convinzione che ho è che mettere alla gogna una persona, sia questo un quisque de populo o il presidente del Consiglio, prima di avere la prova sicura di un fatto, è cosa indegna di un paese civile.

Adesso che succede dal punto di vista procedurale? E come si conducono riscontri su parole, non su fatti oggettivi, oltretutto riferite a Spatuzza da un altro boss mafioso?
Per raggiungere la prova del concorso nell’associazione mafiosa non sono certo sufficienti le dichiarazioni di uno o più pentiti che riferiscano della propinquità di una persona all’associazione, laddove manchi la dimostrazione di un suo concreto apporto. Le dichiarazioni di Spatuzza dovranno essere oggetto di un riflessione molto attenta da parte dei giudici, ma assumono rilevanza solo laddove mettano capo a fatti concreti, a condotte che abbiano potuto giovare all’associazione.

C’è un problema di credibilità dei pentiti?
L’istituto dei collaboratori di giustizia è uno dei principali strumenti utilizzati negli ultimi venti anni nella lotta contro la criminalità organizzata. Ma le dichiarazioni rese dai pentiti vanno valutate con grande prudenza in quanto uno degli scopi della criminalità organizzata può essere proprio quello di fuorviare le indagini o, addirittura, di indebolire le istituzioni, minandone la credibilità. Non va mai dimenticato che lo Stato, per la mafia, è un nemico mortale.

Lei è stato pm a Reggio Calabria. Ha mai avuto a che fare coi pentiti? Si è mai trovato di fronte a un collaboratore di giustizia che mentiva?
Mi è capitato. L’atteggiamento dei collaboratori di giustizia è spesso condizionato dalle loro vicende personali e, comunque, dalla strategia che perseguono. Non bisogna dimenticare che, molto spesso, si tratta di soggetti che si sono resi responsabili di gravissimi reati. Il lavoro del magistrato, in questi casi, consiste proprio nel discernere, nelle loro narrazioni, la verità dalla menzogna. E, in alcuni casi, può essere molto difficile.
 
Spatuzza può essere pilotato dalla mafia per colpire un governo che ha scatenato una lotta durissima alla criminalità organizzata decapitandone i vertici?
Non è affatto da escludere. Ma proprio per questa ragione è necessario avere fiducia nella magistratura ed evitare strumentalizzazioni o commenti fondati su mere congetture in ordine a fatti che risultano ancora nebulosi. Se dovesse emergere che questo pentito ha mentito, bisognerà, evidentemente. accertare per quali ragioni lo ha fatto.

Ma come è possibile che un pentito parli a rate e a distanza di undici anni? La legge sui collaboratori di giustizia rivista nel 2001 prevede che i collaboratori di giustizia dicano tutto ciò che sanno entro sei mesi dall’inizio dei contatti con i magistrati.
La legge, effettivamente, stabilisce che, ai fini della protezione e del trattamento sanzionatorio, il collaboratore di giustizia dovrebbe fornire tutte le notizie in suo possesso nel termine tassativo di 180 giorni. Tuttavia, nonostante l’indubbia vigenza ed opportunità di questa norma, è raro che un pentito dica subito tutto quello che sa e senza riserve o omissioni. Un collaboratore di giustizia può fornire elementi di innegabile utilità per lo sviluppo delle indagini, ma il rischio che tra le verità sia celata anche una menzogna è sempre alto. Per rendersi conto della pericolosità dei pentiti basterebbe ricordare il caso Tortora.  

Si è aperto un dibattito sulla revisione del concorso esterno in associazione mafiosa. Lei che ne pensa?
Il concorso esterno in un reato associativo rappresenta un vero e proprio rompicapo giuridico e da anni si discute sull’opportunità di tipizzare le condotte di contiguità rispetto a un sodalizio criminoso. Rammento un disegno di legge del ’97 a firma, tra gli altri, degli onorevoli Li Calzi e Pisapia, che delimitava più esattamente le condotte punibili a questo titolo. Il concorso esterno, per la sua sostanziale indeterminatezza, da un lato necessita di una prova, quasi diabolica, di difficile raggiungimento per la pubblica accusa, mentre, sotto altro profilo, si presta, per la sua vaghezza, a colpire anche condotte di dubbia rilevanza. Nonostante gli sforzi della Corte di Cassazione per delimitarne esattamente l’ambito, in cosa consista esattamente un contributo significativo per il mantenimento o il rafforzamento di un’associazione criminale rimane ancora oggi oggetto di gravi dubbi interpretativi.

Va cambiato o no?
Credo che un disegno di legge che tipizzasse seriamente le condotte punibili, accogliendo le conclusioni a cui è giunta la dottrina e la migliore giurisprudenza, potrebbe essere facilmente condiviso da maggioranza e da opposizione.

Secondo lei oggi è in atto uno scontro tra giustizia e politica?
Siamo sicuramente in un momento di grave crisi del nostro ordinamento, in cui le tradizionali delimitazioni tra poteri dello Stato stanno venendo meno. Giurisdizione e politica si confondono e si sovrapongono sempre più spesso. E’ certamente necessario trovare degli assetti che consentano a ciascuno dei poteri di operare serenamente.

Come?
Anzitutto occorre una separazione netta tra politica e giurisdizione. Un magistrato non può essere protagonista dei rotocalchi e, soprattutto, non è ammissibile che un’indagine possa condurre chi l’ha condotta direttamente in Parlamento. D’altra parte, la politica deve tornare a un atteggiamento di rispetto e collaborazione nei confronti della magistratura.

Lodo Mondadori, caso Mills, inchieste di mafia. Secondo lei c’è un assedio giudiziario di parte della magistratura nei confronti del premier?
Ci sono una serie di iniziative giudiziarie in corso che, a mio parere, andrebbero considerate e affrontate come tali. Peraltro, più che di assedio giudiziario parlerei di un assedio mediatico nei confronti del premier, le cui vicende giudiziarie e personali sono spesso utilizzate dagli organi di informazione per evidenti finalità politiche. Il vero problema, alla fine, credo sia rappresentato dall’uso strumentale che dei processi in corso viene quotidianamente fatto.Berlusconi sconta le storture di un sistema che sbatte in prima pagina e trasforma in un mostro chiunque sia indagato in un procedimento penale. E che tende, invece, ad ignorare o relegare in un trafiletto i provvedimenti di archiviazione o le sentenze di assoluzione che, evidentemente, non fanno notizia.

Quindi la magistratura non ha nessuna colpa?
Un magistrato che tenga alla sua immagine di imparzialità e al buon esito delle indagini che sta conducendo non fa trapelare nessuna notizia e mantiene un atteggiamento di assoluto riserbo. Se non lo fa o se fa un uso strumentale delle sue prerogative dovrebbe essere senz’altro destituito. Quanto poi alle colpe della magistratura, non credo che possa criminalizzarsi una categoria per gli errori del singolo. In Italia mi sembra invece divenuto costume nazionale ragionare in astratto e secondo luoghi comuni. Così la politica è “corrotta”, la magistratura è “politicizzata”, i pubblici dipendenti sono dei “fannulloni”. Questo metodo ci allontana dalla verità e ci impedisce di risolvere i molti problemi che abbiamo.     

Come valuta i provvedimenti del governo sulla giustizia?
In Italia la crisi della giustizia è profonda e antica. Sono almeno dieci anni che si immaginano  riforme, più o meno radicali. Ma non si può risanare un’azienda decotta senza avere una strategia precisa e senza essere disposti a fare degli investimenti. Certamente il clima di accesa contrapposizione tra maggioranza ed opposizione non aiuta, ma mi sembra che negli ultimi quindici anni sia mancato soprattutto un metodo di lavoro ed un progetto preciso.    

Che vuol dire?
Le faccio un esempio. Gli elaborati delle ultime tre Commissioni di riforma del codice penale, nominate da governi sia di sinistra che di centrodestra, giacciono in un cassetto, nonostante la sostanziale convergenza su molti aspetti e nonostante l’indubbia vetustà del nostro codice penale. Tra l’altro, se si fosse approvato un nuovo codice penale si sarebbe, quasi certamente, già tipizzata anche la fattispecie del concorso esterno.    

Processo breve. Qual è la sua valutazione sul ddl di riforma presentato al Senato?
Magistrati, avvocati, cittadini, tutti aspirano ad un processo snello e a una pena che venga irrogata tempestivamente. Gli unici convinti sostenitori delle lungaggini procedurali sono proprio coloro che delinquono. Snellire le forme processuali e dare una tempistica precisa al processo non deve però costituire un’occasione per cancellare fatti di reato, soprattutto se gravi.

Favorevole o contrario alla cosituzionalizzazione di uno "scudo" per le alte cariche dello Stato?
Non sono né favorevole, né contrario. Si tratta di valutazioni rimesse al Parlamento, rispetto alle quali l’atteggiamento della magistratura deve essere di totale neutralità.

Sì, ma una forma di tutela serve o no per evitare il corto circuito tra poteri dello Stato?
Reintrodurre l’istituto dell’immunità o approvare con legge costituzionale il cd. Lodo Alfano potrebbe risolvere alcune questioni contingenti. Ma non credo possa, di per sé, condurre a soluzione il problema, molto più complesso, del complessivo equilibrio tra poteri dello Stato. Anche perché non considera il ruolo, di grande rilievo, oggi giocato dai media nel sistema dei checks and balances costituzionali.