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Da Pomigliano a Melfi: il lungo errore della Fiom

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E dopo Pomigliano d’Arco venne Melfi. Lo scontro tra la Fiat e la Fiom si fa sempre più aspro, dopo la decisione dell’azienda di non reintegrare alla produzione i tre operai licenziati.

Dopo gli scioperi e il blocco della produzione da parte di tre operai della Fiat nello stabilimento potentino, l’azienda torinese aveva deciso per il licenziamento in tronco degli scioperanti, ma la decisione fu annullata dal giudice competente. Ieri gli operai sono tornati in fabbrica, ma la dirigenza dello stabilimento ha deciso di non reintegrarli alla produzione, ma di “lasciarli” nella saletta dei sindacalisti.

Il blocco della produzione era stato attuato da parte di due delegati della Fiom, che ormai da mesi è in piena battaglia con la casa automobilistica guidata da Sergio Marchionne.

Tutto nacque nel momento in cui l’azienda torinese aveva presentato il piano industriale fino al 2014, nel quale si decideva di spostare la produzione della Nuova Panda nello stabilimento campano di Pomigliano d’Arco. Questa era una vera e propria delocalizzazione al contrario; infatti la vettura prima si produceva nello stabilimento polacco di Tichy.

Le condizioni erano chiare: la Nuova Panda sarebbe andata a Pomigliano con un investimento di diverse centinaia di milioni di euro, ma Fiat in cambio chiedeva ai propri lavoratori una maggiore efficienza.

Tutte le sigle sindacali si erano dette d’accordo a questa decisione della casa automobilistica, ad eccezione della Fiom, che scontava un clima di piena campagna di successione della CGIL.

Dopo un referendum sofferto, la Fiat decise di continuare nell’investimento nella fabbrica campana, ma lo scontro con la Fiom lasciò delle profonde ferite.

Dapprima la decisione di spostare la produzione del segmento delle monovolume L0 da Mirafiori alla Serbia e in seguito i blocchi della produzione in alcuni stabilimenti avevano portato ad un innalzamento del tono della discussione tra Fiat e Fiom.

Questa lunga battaglia si è protratta fino ad oggi. È stata un’estate molto difficile per Fiat, non solo dal punto di vista dello scontro sindacale.

Negli ultimi mesi la casa automobilistica torinese ha visto cadere la propria quota di mercato in tutti i Paesi più importanti. Nel mese di luglio le vendite in Italia sono calate del 35 per cento, con la market share scesa sotto il 30 per cento.

In Europa la situazione è altrettanto difficile, perché nel primo semestre del 2010 le vendite della casa automobilistica torinese sono calate del 10 per cento con una quota di mercato in diminuzione di un punto percentuale. Nel mercato europeo Fiat è ormai il sesto produttore.

Nel Piano Industriale presentato ad aprile da Sergio Marchionne, si ponevano obiettivi ambiziosi, con il raddoppio delle vendite a livello globale per Fiat entro il 2014.

Questo obiettivo è sempre più difficile da raggiungere, anche perché il matrimonio americano con Chrysler non sarà facile da portare avanti.

La casa automobilistica di Detroit, della quale Fiat detiene il 20 per cento delle azioni, continua a perdere quote di mercato negli Stati Uniti d’America essendo passata dal 9,6 per cento dei primi sette mesi del 2009 al 9,3 per cento nello stesso periodo del 2010. E il segmento delle autovetture, del quale fanno parte la Cinquecento e la Giulietta, ha visto in luglio una contrazione del 5 per cento, ponendo dei dubbi sullo sbarco Oltreoceano di Fiat e Alfa Romeo.

La situazione da un punto di vista di mercato sono dunque molto difficili e i prossimi mesi saranno estremamente duri per la casa automobilistica torinese.

La fine degli incentivi in Europa, dopo il “doping di Stato” del 2009, provocherà una caduta dell’ordine del 30 per cento nel mercato più importante per Fiat nel secondo semestre 2010.

Da un punto di vista sindacale la Fiom ha assunto ormai una posizione irresponsabile, anche con il silenzio sull’accaduto di Melfi, come giustamente rilevato dal Ministro del Welfare Maurizio Sacconi.

Al fine di difendere una posizione intransigente, la Fiom non solo sta provocando un cambiamento dei piani industriali di Fiat, come dimostra il caso “Serbia”, ma un’incertezza globale per tutta l’azienda.

In questo momento delicato, Fiat avrebbe bisogno dell’appoggio dei propri dipendenti, come proposto anche dal Ministro Sacconi e non certo di blocchi alla produzione, come attuato da alcuni delegati Fiom.

L’errore della Fiom a Pomigliano continua a ripercuotersi pesantemente su tutti i lavoratori Fiat: fino a che punto tirerà la corda?

 

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2 COMMENTS

  1. e già
    la FIAT perde quote di mercato in Italia nonostante sia l’unica fabbrica automobilistica italiana, (se tu, italiano compri un’auto straniera ci sarà un motivo) appena finiti gli incentivi va in crisi, compra la Chrysler, una specie di dinosauro che non interessava praticamente a nessuno, e poi si accorge che ha fatto una stronzata, si pone degli obbiettivi quasi impossibili e poi si lamenta che lo sono (impossibili),
    appena può porta la produzione all’estero lasciando la gente a casa… e poi vorrebbe la collaborazione dei dipendenti????? Ma andassero a ffff!!!!! Credo che Gianni Agnelli si stia rivoltando nella tomba come una trottola per quanto sono ebeti sti qua!

  2. Ok Marchionne
    Marchionne ha piena ragione. La produttività Fiat in Italia relativa al singolo addetto è ridicola. Bisogna finirla con questi sindacalisti rossi e sabotatori. E’ ora di alzare la voce e bisogna mettere la magistratura di fronte al dilemma: O comandiamo noi o tutti a casa.

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