Home News Da “Primato” alla Legione Straniera. La lotta per la libertà di Giuseppe Bottai

Un anno in fuga

Da “Primato” alla Legione Straniera. La lotta per la libertà di Giuseppe Bottai

Nello studio regna il silenzio. A romperlo, solo uno scricchiolio della sedia e i graffi della penna sul foglio. Un rivolo di fumo lievita leggero verso l’alto e si attorciglia attorno alla lampadina per poi svanire nel buio. "Parto per espiare le mie colpe di non aver saputo fermare in tempo la degenerazione fascista", scrive sulla pagina. Poi spegne la sigaretta, apre la cartella di pelle marrone davanti a sé, sopra alla scrivania, e ci infila il foglio. Questa scena, probabilmente, non si è mai verificata. Ma potrebbe essere andata così. Così come colui che scrive non è veramente Andrea Battaglia (un nome inventato per non farsi riconoscere dai suoi carnefici), bensì Giuseppe Bottai, l’ex ministro dell’Educazione Nazionale del Regime Fascista. E’ l’agosto del 1944.

Giuseppe Bottai è un uomo sconfitto. E’ passato poco più di un anno dal 24 luglio 1943 quando, insieme all’amico Dino Grandi, ha presentato l’ultimo ordine del giorno del Gran Consiglio del Fascismo: quel giorno, con la sfiducia a Benito Mussolini, firma anche la sua condanna a morte. Lo vuole il Tribunale della neocostituita Repubblica Sociale Italiana. Così, Bottai decide di arruolarsi nella Legione Straniera e sfuggire alla fucilazione. Ma fronteggiare i soldati tedeschi non lo aiuterà a liberarsi dalla frustrazione del fallimento. E’ accusato di tradimento ma lui non si sente un traditore: "In un giorno solo assieme a Grandi provammo a porre rimedio a tutte le malefatte del Regime post '36 – scrive nel suo diario –. In un giorno solo provammo a rimediare al tradimento fatto dal Fascismo dopo il '36 rispetto agli ideali rivoluzionario-sociali che spinsero tutti noi nel Fascismo degli anni '20".

Quali erano gli ideali dei quali il Regime (e perciò Mussolini) si era dimenticato? Per capirlo bisogna fare un passo indietro nel tempo, fino al dicembre 1939. I tedeschi hanno da poco invaso la Polonia, e nei cieli d’Europa si disegnano le scie di fumo degli aerei inglesi e francesi. Bottai ha convinto "il capo" a varare il suo progetto. Dal suo studio, inizia a costruire il suo sogno con appassionata ambizione: Primato. Corrucciato, osservando attraverso i vetri della sua finestra, inizia a dettare alla segretaria: "Caro Bilenchi, sta per uscire la rivista quindicinale Primato diretta da me e da Giorgio Vecchietti. La rivista ha in programma di riunire tutte le migliori forze operanti nei vari settori della cultura italiana". Negli anni ’30 Romano Bilenchi, oltre che per l’audacia con la quale sapeva agitare il manganello, era noto per aver scritto Il Capofabbrica, un romanzo che celebrava il culto delle camicie nere. E Bottai, quel giorno, invia molte altre lettere come quella. Una, ad esempio, la fa recapitare al pittore Renato Guttuso, che accetta la collaborazione con "gratitudine" ed "entusiasmo". Del pittore apprezza l’arte "sociale" che emerge in una sua tela dal titolo Fucilazione in Campagna.

Ancora lettere. Una, a Eugenio Montale, il poeta di Ossi di Seppia poco simpatico al Regime. Un’altra ad Enzo Biagi, un giornalista occhialuto de L’Avvenire d’Italia che lo fissa sempre negli occhi con sospetto. A Bottai piacciono gli articoli di quel giovane cronista e così, vuole pubblicarli nella sua rivista. Così come vuole quelli di Indro Montanelli, Enzo Forcella e Luigi Salvatorelli, ormai vicino alla fondazione del Partito d’Azione. Dare spazio alle riflessioni del filosofo Enzo Paci, dello scrittore Cesare Pavese e del regista Michelangelo Antonioni è il modo per dar vita al suo piano: creare una leadership intellettuale che, in caso di vittoria contro gli Alleati, possa essere la nuova classe dirigente.

Così, il 1 marzo 1940, Primato vede la luce. Un quindicinale che ha un ruolo importantissimo nella propaganda di Regime: con essa, gli intellettuali che vi collaborano contribuiscono a mantenere e ad aumentare il consenso, accreditando lo spirito guerriero che anima il conflitto mondiale. E’, insomma, lo specchio dei sentimenti di tanti intellettuali educati alla cultura leaderistica, all’azionismo e al militarismo. E’ così che, spesso in cambio di generosi compensi economici, molti letterati, filosofi, pittori e registi riescono a esercitare la professione intellettuale.

In questo modo Bottai riesce a creare il laboratorio delle idee fasciste nel perseguimento di un obiettivo: subordinare "la funzione degli uomini d’arme" a quella "degli uomini di pensiero". Deve esserci, pensa il gerarca, una "Terza via". E’ la via che risparmierà l’Italia dal dover scegliere fra capitalismo e comunismo. Così come, nella cultura, si deve poter scegliere una terza via rispetto ai valori della tradizione umanistica russa contrapposta all’esaltazione delle tradizioni latine del nazismo. Le chiavi sono due: il Corporativismo e la cultura di massa.

Ospitando nelle pagine di Primato tante firme diverse e fondendo modelli intellettuali talvolta discordanti tra loro, Bottai insegue il sogno di unire il popolo italiano sotto una stessa bandiera politica, attraversando ogni stratificazione sociale e creando un unico "potere collettivo" fondato sul modello interclassista. Già, per il gerarca il popolo non deve essere forzato al consenso, ma deve auto-ispirarsi alla dottrina fascista attraverso il progresso intellettuale. "Vivere con coscienza – scrive lo stesso Bottai – con intelligenza e con fede, rifiutandosi alle mortificazioni della disciplina interpretata con spirito di caporalacci ubriacati dal luccichio dei galloni".

Ma la "rivoluzione bottaiana", così idealistica e ambiziosa, non piace più al "capo": è troppo libertaria e anticonformista. La sua carica di ministro dell’Educazione Nazionale ha i giorni contati. La subordinazione italiana al regime nazista e gli insuccessi in guerra portano il paese alla "deriva mussolinista". La fede nell’uomo, necessaria al Regime per mantenere l’unità e superare il momento di crisi, sostituisce quella nelle idee. Così, il Fascismo si trasforma in un’ideologia rigida e monolitica, all’interno della quale il confronto e il dissenso sono, ora più che mai, banditi.

Poi, la fine. Il 10 luglio 1943 i primi contingenti anglo-americani sbarcano in Sicilia e gli oppositori imbracciano i fucili. E’ l’inizio del massacro. Un solo giorno dopo la destituzione di Mussolini la redazione di Primato chiude e, allo sgretolamento del Regime, segue quello del sogno di Bottai. L’"uomo migliore" del Fascismo, amareggiato per la "marcia della rivoluzione contro la rivoluzione", fugge da Roma, dove si sta consumando la carneficina.

E’ proprio nel momento in cui si arruola nella Legione Straniera che viene nominato il nuovo ministro dell’Istruzione: il filosofo Guido De Ruggiero, antifascista. Dove sono finiti gli uomini di cultura? Il neo-ministro li chiama a rapporto. Palmiro Togliatti fonda Rinascita, la rivista di propaganda del Partito Comunista Italiano. A quel punto, molti scrittori, filosofi, pittori, poeti e giornalisti si vedono recapitare una lettera. Ma questo, è l’inizio di un’altra storia.

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