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Le rotte dell'energia

Da South Stream a Nabucco, la “guerra del gas” per ora è tutta sulla carta

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Un paio di settimane fa, ad Ankara, il premier russo Putin e quello turco Erdogan hanno firmato un nuovo accordo su “South Stream”, il gasdotto progettato in tandem da Eni e Gazprom che dovrebbe portare il gas dei giacimenti del Caucaso in Europa.

Il fatto è che di summit, incontri e contratti, sottoscritti per la realizzazione di South Stream, se ne contano ormai a bizzeffe mentre per adesso il gasdotto è solo un progetto sulla carta. Pensiamo al "Galsi", quell’altro stranissimo percorso che avrebbe dovuto portare il gas algerino in Sardegna e Toscana e dalla Corsica in Francia. Doveva essere terminato 15 anni fa ma l’inizio dei lavori è previsto per il 2012. Come dire, al di là degli accordi politici bisogna fare i conti con la realtà: per mettere in produzione grandi giacimenti di gas ci vogliono anni e moltissimi soldi, come pure per costruire le relative infrastrutture di trasporto. Ci vuole il gas, ci vuole il mercato che lo richiede, ci vogliono investimenti per i gasdotti e un tempo quasi indefinito per realizzarli.

Il progetto South Stream è realistico perché la Russia ha tutto il potenziale per riuscirci. Si discute molto anche del Nabucco, il gasdotto ‘rivale’ sponsorizzato dagli Usa in alternativa alle rotte energetiche russe. Anche in questo caso ci sono stati summit e accordi di ogni tipo, e Paesi come la stessa Turchia o la Bulgaria sembrano disposti a giocare una partita doppia – puntando su tutti e due i progetti per una serie di questioni economiche e geopolitiche. Da un punto di vista tecnico e operativo, però, Nabucco appare più inverosimile del temuto concorrente. Si dice abitualmente che il gas del Nabucco verrà dall’Azerbaigian ma la piccola repubblica caucasica rischia di essere solo una ‘foglia di fico’ visto che, con il solo gas azero, il progetto Nabucco non sta in piedi. Se mai andrebbero coinvolti anche l’Iran e l’Iraq ma questo significherebbe stabilizzare due Paesi che, attualmente, non offrono grosse garanzie in termini di produzione. Per diversificare i rifornimenti energetici dalla Russia, dunque, si dovrebbe sostituire Mosca con Baghdad e, soprattutto, con Teheran. Questo rende Nabucco meno realistico di South Stream.

Concentriamoci allora sul progetto del gasdotto russo. Dal porto di Varna in Bulgaria, dopo aver attraversato il Mar Nero, South Stream dovrebbe dividersi in due: il primo braccio, quello settentrionale, risalirebbe i Balcani arrivando in Austria e da lì in Europa. Il secondo, sempre via Balcani, dall’Albania passerebbe in Puglia coinvolgendo direttamente anche l’Italia. Il secondo percorso ricalca più o meno quello del “Corridoio VIII”, uno dei 10 corridoi paneuropei progettati per favorire il trasporto di persone e merci nell’Europa Centro-Orientale. Ma in Puglia, punto d’approdo del braccio sud, gli uffici del Corridoio VIII sono chiusi da mesi e l’idea del gasdotto è praticamente un miraggio.

D'altra parte l’ad di Eni, Paolo Scaroni, non ritiene indispensabile che ci sia un troncone meridionale ‘italiano’. Al di là della retorica di bandiera, Eni si è impegnata nel progetto con Gazprom perché la controllata Saipem – all’avanguardia nella realizzazione di infrastrutture per la ricerca, la perforazione e la costruzione di oleodotti e gasdotti – guadagnerebbe non poco dall’operazione (con la commessa per “Blue Stream”, sempre in tandem con Gazprom, Eni incassò circa un miliardo di euro). Eni si occuperebbe quindi della costruzione di South Stream e sarebbe pagata esclusivamente per questo: che il gasdotto si faccia passando in Italia o in Australia, Scaroni sarebbe ugualmente felice. Da un punto di vista societario la questione si chiude qui.    

Se mai il coinvolgimento dell’Italia come “sistema-paese” deriva da altri fattori. Dovremo aspettare il prossimo inverno per capire a che punto sono l’offerta e la domanda di gas e valutarne le conseguenze per il nostro Paese. Non c’è dubbio che la Puglia rappresenti il luogo d’approdo privilegiato del gas proveniente da Oriente, e sempre sulla carta ci sono almeno tre progetti – non uno – per portare South Stream nella regione del Mezzogiorno. Ma c’è una criticità operativa che si chiama “compatibilità ambientale”, nel senso che i movimenti verdi e le comunità locali hanno spesso rallentato o bloccato progetti di sviluppo simili – tanto più quando sono spalleggiati da classi dirigenti filo-ambientaliste (è il caso dell’attuale governatore della Puglia,  Nichi Vendola).

Il mercato può anche ‘tirare’, e quindi l’Italia potrebbe rivelarsi un corridoio attraente per i grossi investitori dell’energia, ma la lezione impartita a British Gas con il rigassificatore di Brindisi (mai concluso se non nelle aule di giustizia) è un precedente pesante che sconsiglierebbe una scommessa del genere. I gasdotti inoltre sono lavori ad altissimo investimento di capitale che non hanno grosse ricadute occupazionali, se non  per le fonderie che realizzano i tubi.

Viene da chiedersi perché allora si progettino tutte queste reti di tubature. La risposta è che più gas consumiamo più si allontana il posto in cui si riesce a trovarlo e da cui bisogna portarlo in Europa. Il gas, a parità di potere calorifero, occupa un volume che è circa mille volte quello del petrolio e da qui la complicazione nel trasportarlo. Se aggiungiamo che i giacimenti non sono in Svizzera ma in luoghi che da anni sono politicamente instabili (dall’Algeria alla penisola arabica, dal Caucaso alla Russia), allora si spiega come mai ci sia tanta fretta nel firmare accordi e tanta lentezza operativa nella realizzazione dei gasdotti. In ogni caso, a meno che i Paesi occidentali non riescano a dotarsi di fonti alternative di energia, che siano il nucleare o le rinnovabili, il gas resterà la parola chiave della nostra futura sicurezza energica. Per questo dobbiamo prepararci a fare i conti con Mosca più di quanto non stia già avvenendo adesso.    

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1 COMMENT

  1. Articolo realistico e credibile
    Manca un particolare di non poco conto riguardante “il gasdotto ‘rivale’ sponsorizzato dagli Usa in alternativa alle rotte energetiche russe”. Quanti miliardi di dollari sono disposti ad investire compagnie/gogerno USA alle condizioni volute da azeri, turchi, iraniani, iracheni e turcmeni? Finora non si mai sentita una cifra.
    Mi pare, pertanto, che il “Nabucco” entri a pieno titolo nella serie “Nozze con i fichi secchi”.

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