“Dagli antifascisti mi sarei aspettato più attenzione sulle leggi razziali”

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“Dagli antifascisti mi sarei aspettato più attenzione sulle leggi razziali”

14 Novembre 2010

Le radici del fascismo, il suo rapporto con l’antisemitismo, il ruolo degli scienziati nella diffusione della politica razziale, il personaggio Bottai. Questi alcuni degli argomenti che Giorgio Israel, professore ordinario di Storia della Matematica all’Università di Roma La Sapienza, tratta nel suo libro "Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime", che verrà presentato lunedì 15 novembre a Roma (ore 17,30), presso Palazzo Giustiniani – Senato della Repubblica. Proprio con l’autore del saggio abbiamo affrontato i nodi  principali della delicata e annosa questione del razzismo fascista.

Professore, lei con il Suo libro dà il colpo di grazia all’idea che gli italiani dal ’38 in poi non siano stati razzisti. Ci spiega perché?

In realtà, non penso che “gli italiani” siano stati particolarmente razzisti. Anzi, sono convinto che, a livello di massa gli italiani siano stati molto meno razzisti di altre popolazioni europee come quella francese o tedesca. Il razzismo e l’adesione alle politiche razziali si sono manifestati con un unanimismo sconcertante al livello dei ceti intellettuali, scientifici e accademici. In particolare, gli scienziati hanno contribuito in modo zelante alla elaborazione teorica del razzismo fascista.

Quanto, rispetto al nazismo, l’ideologia fascista affonda le sue radici nell’antisemitismo?

In realtà, assai poco. L’antisemitismo non ha avuto un ruolo “costitutivo” nel razzismo fascista com’è invece avvenuto nel caso tedesco. La scelta di implementare delle politiche razziali antiebraiche è stata esplicitamente giustificata da Mussolini sulla base della visione razzista che, a suo dire, era stata uno degli elementi fondanti dell’ideologia fascista, e non sulla base di una specifica ostilità antisemita.

Quali sono state le motivazioni autoctone che hanno giustificato le politiche razziali del fascismo?

Dapprima l’esigenza di far crescere numericamente la popolazione (“numero è forza”) e poi di migliorarla qualitativamente con una politica eugenetica. Mussolini voleva fare degli italiani un popolo forte, dominatore e anche crudele. I provvedimenti finali di questa politica eugenetica – dettati anche dalla nuova politica coloniale – furono l’interdizione di rapporti con popolazioni “inferiori”: i “negri” dell’Africa Orientale Italiana e gli ebrei sul territorio nazionale.

Quali furono le correnti del razzismo fascista?

Molte: il panorama del razzismo italiano è assai più articolato di quello tedesco. In estrema sintesi: un razzismo biologistico vicino a quello germanico; un razzismo spiritualistico (il cui massimo esponente è Julius Evola); un razzismo spiritualistico-romano articolato nelle posizioni di coloro che si muovevano nel campo giuridico e delle scienze umane (come Giacomo Acerbo, Giuseppe Maggiore e Carlo Costamagna) e uno “scientifico” (Nicola Pende, Sabato Visco e molti altri). All’interno di queste correnti principali troviamo molte articolazioni e sfumature che nel libro tento di descrivere.

Perché non abbiamo avuto una Auschwitz?

Perché il razzismo fascista mirava all’esclusione degli ebrei dalla comunità nazionale e non alla loro soppressione fisica. La collaborazione fascista allo sterminio si è avuta con la Repubblica Sociale.

In che modo il mondo scientifico, e più in generale quello accademico, ha contribuito alla politica razziale?

Contribuendo all’elaborazione teorica dei suoi fondamenti. Prima ancora delle politiche razziali del regime (ovvero dell’antisemitismo di stato) con lo sviluppo di visioni razziali nel campo della demografia, dell’eugenetica, dell’antropologia, della medicina, della teoria dell’alimentazione, della revisione in senso razziale della storia della scienza. Poi, il debutto delle politiche razziali è stato lanciato da un “Manifesto degli scienziati razzisti”, sebbene non si tratti del documento più significativo in questo ambito. Si è quindi aperto un dibattito sulla questione razziale e sui suoi fondamenti teorici che ha avuto un’intensità impressionante: sono stati pubblicati centinaia di articoli e decine di libri sulla questione.

Ci racconta meglio il personaggio di Giuseppe Bottai? Quella del “fascista critico” è una figura che andrebbe demistificata?

Bottai è stato uno dei più ferventi attori delle politiche razziali, ha manifestato al riguardo uno zelo incredibile. È stato poi anche un grande trasformista, direi quasi il padre del trasformismo italiano contemporaneo. Ha condotto questa operazione con grande intelligenza, favorendo il traghetto di molti intellettuali fascisti e razzisti nel campo della sinistra comunista. La sua critica del fascismo è stata forse sincera ma postuma. Colpisce il fatto che anche nelle sue memorie successive al periodo in cui militò nella Legione straniera, non parla mai delle politiche razziali, tantomeno fa autocritica della sua efferata attività in questo campo. Tutto ciò getta un’ombra sulla sua figura. Presentare Bottai in modo favorevole – non dimentichiamo che anni fa si progettò sconsideratamente di dedicargli una piazza di Roma – è un contributo a quel trasformismo che ancor oggi inquina profondamente la vita pubblica in Italia.

Nel suo libro “Scienza e razza nell’Italia fascista” Lei puntava il dito contro la clamorosa inefficienza della storiografia sulle leggi razziali. Crede che, oltre al suo lavoro, siano stati fatti dei passi in avanti in questi 12 anni?

Certamente. Grandi passi in avanti. Il mio lavoro è soltanto uno dei tanti importanti contributi in questo campo. Lamento soltanto che parte della letteratura sia stata ispirata a intenti faziosi, di “ripulire” o condannare eccessivamente ora questa ora quella corrente o figura. In certi casi, si è condannato esageratamente chi aveva commesso colpe minori, stendendo un velo pietoso su alcuni dei protagonisti più efferati del razzismo, magari perché erano passati nel campo di qualche forza politica importante: questo riferimento vale, tanto per esser chiari, per la Democrazia Cristiana, ma soprattutto per il Partito Comunista. Ci si è scagliati come ossessi contro Pende ma ci si è guardati bene dal denunciare la scandalosa difesa di Pende fatta da un dirigente comunista (per giunta ebreo) come Umberto Terracini che a Pende voleva addirittura restituire, nel dopoguerra, il suo Istituto di Biotipologia e Eugenetica della razza, sia pure goffamente rinominato. Questi occultamenti hanno danneggiato, e danneggiano, in modo serio quegli indubbi progressi.

Che reazioni vi sono state dall’uscita del Suo libro ad oggi?

Per la verità molte reazioni favorevoli e tutte le recensioni sono state elogiative. Ma ho notato alcuni significativi silenzi che in certi casi assomigliano a deliberate censure. Da parte di certi ambienti antifascisti mi sarei aspettato più attenzione. Ma forse è perché si tratta di quegli ambienti in cui antifascismo è sinonimo di comunismo.