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C'è poco da ridere...

Dai congiunti ai funerali a invito: stupidario della Fase 2

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Il più terrorizzato da questa storia dei “congiunti” sarà stato Luigi Di Maio. Per un attimo deve aver pensato che l’Italia della fase 2 dovesse essere una Repubblica fondata sui congiuntivi. E subito alla Farnesina è scattato il panico: “Ma come, non s’era detto che la congiuntivite è un sintomo del contagio? Questi c’hanno il coronavirus e noi li andiamo a mettere in libera uscita?”. Finché la task force all’uopo istituita dall’ambasciata cinese gli ha svelato l’arcano e l’allarme è rientrato. 

Dissipati nel cervello di Di Maio, i dubbi sono insorti nei restanti sessanta milioni di italiani. Che però, prima di cimentarsi sulle “congiunzioni” interpersonali, hanno avuto interrogativi assai meno ameni ai quali cercare di dare risposta. 

I funerali, per esempio. Chi selezionerà i quindici ammessi alle esequie? Toccherà indicarli nel testamento? Ma, soprattutto, che senso ha stabilire il numero dei partecipanti quando ai fini della sicurezza sanitaria l’unica variabile davvero determinante è l’ampiezza della chiesa nella quale il rito viene celebrato? Prendete i supermercati: in quelli grandi si entra al ritmo di una persona ogni pochi istanti, in quelli più piccoli addirittura bisogna aspettare di accedere uno per volta finché l’altro non ha finito. Lo stesso vale per le farmacie, per le librerie e per le altre poche attività con le saracinesche alzate. 

Se il principio è il distanziamento, insomma, fissare in astratto il numero di persone è semplicemente una supercazzola. Quindici sono poco o nulla per una cattedrale, mentre possono rappresentare un assembramento in una chiesetta di paese. Non sarebbe stato più razionale, che so, stabilire che in chiesa ci si siede uno per banco, a file alterne, fino a esaurimento degli spazi? Non sarebbe anche più umano rispetto a stilare una lista degli invitati? Certo, scatterebbe la gara ad accaparrarsi l’edificio di culto più grande per l’estremo saluto ai propri cari. Ma francamente di questi tempi appare l’ultimo dei problemi. 

“Epperò non siete mai contenti!”, sbottano da Palazzo Chigi. In effetti siamo un popolo di ingrati. Giuseppi e la sua pletora di esperti ce la stanno mettendo tutta, e pensate che dal 4 maggio ci hanno anche riaperto il commercio all’ingrosso. Peccato che tra una task force e l’altra si siano scordati di ricostruire le filiere, sicché i grossisti riapriranno per rifornire i negozi al dettaglio (che però sono chiusi), i quali a loro volta dovrebbero vendere la merce ai cittadini (che però sono segregati in casa), i quali a loro volta non potrebbero nemmeno dividersela con i congiunti perché se in quel momento dovesse passare un drone fuori dalla finestra potrebbe sembrare che sia in corso un party clandestino con gli zii.

Ci ritroviamo dunque al punto di partenza. Chiarito, grazie a Di Maio, che i congiunti non hanno nulla a che vedere con i modi dei verbi e neppure con le infiammazioni oculari, resta da capire chi diamine sarà consentito frequentare in questa benedetta fase 2 che si avvicina. A norma di legge, la definizione sarebbe piuttosto restrittiva. Al punto che nel tentativo di sedare sul nascere il malcontento la presidenza del Consiglio è dovuta correre ai ripari specificando che la categoria di congiunti ai quali si potrà far visita ricomprende anche i fidanzati e gli “affetti stabili”. 

E qui viene il bello. Assodato che, per la velocità con la quale cambia idea su tutto, il governo Conte ha una concezione assai singolare della stabilità, chi potrà sindacare cosa sia un affetto e quando esso possa considerarsi stabile? Siamo (volesse il cielo) a un “liberi tutti” mascherato da commedia all’italiana o alla realizzazione di un controllo orwelliano nelle pieghe più intime delle nostre vite? 

Ora la prendiamo a ridere, ma c’è poco da scherzare. Se si tratterà di scambiare due battute con un vigile urbano, passi. Non vorremmo tuttavia che dopo aver negato i tamponi in gola ai malati di Covid-19 si finisca con i tamponi in altre parti del corpo da riportare sull’autocertificazione. Il governo, nel tentativo di regolare ciò che regolabile non è, si è chiaramente incartato. Ma non possiamo assuefarci a tutto. Adesso basta.

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