Dai nostri redattori viaggianti molto speciali
16 Novembre 2008
Sul "Corriere della Sera" dell’8-9 dicembre 1885, il direttore Eugenio Torelli Viollier presenta ai lettori le dichiarazioni d’intenti per l’anno seguente. L’intervento del direttore – intitolato "Per il 1886" – è un passo fondamentale nella storia del giornalismo italiano: dopo anni di "taglia e cuci" dai giornali esteri e dalle agenzie di stampa, anche il maggior quotidiano italiano lancia finalmente la figura dell’inviato. "I redattori viaggianti – scrive Torelli Viollier – viaggeranno continuamente, visitando città, borghi, villaggi, da un capo all’altro dello Stato, informandoci di quanto si fa di bene o di male, soprattutto ne’ luoghi posti fuori dalle grandi vie di comunicazione". Dopo l’Italia – ancora sconosciuta ai più – sarà la volta del mondo intero.
Parte da qui Lorenzo Cremonesi – grande inviato del "Corriere della Sera" – per raccontare i migliori reportage comparsi sul quotidiano di via Solferino tra la fine dell’Ottocento e il 1945: il risultato delle ricerche è lo straordinario "Dai nostri inviati" (Rizzoli 2008), a metà strada tra l’antologia giornalistica e il libro d’avventura. Alla personale ricostruzione degli eventi, Cremonesi affianca le parole dei reporter e un ricco apparato iconografico proveniente dalla Fondazione Corriere della Sera: si muove così su tre livelli distinti il ricordo di un’era gloriosa "in cui non esiste internet e l’accesso alle agenzie di stampa resta spesso irraggiungibile", in cui "la parola scritta gioca la parte del leone".
Obiettivo dichiarato dell’autore è quello di "cogliere diverse sfaccettature di questa professione attingendo tra le esperienze biografiche e giornalistiche di alcuni di loro, in una sequenza cronologica che va dall’ultimo scorcio dell’Ottocento al 1945": ovviamente, senza alcuna pretesa di esaustività. Il racconto di Cremonesi si sposta allora dagli Stati Uniti di Dario Papa alla "Vita siciliana" di Lodovico Carli, dalla Sardegna di Adolfo Rossi ai ghiacci polari di Ugo Ojetti e Cesco Tomaselli. Grande spazio, al di là dei viaggi, è occupato poi dalle guerre. Se Luigi Barzini racconta (magistralmente) la guerra russo-giapponese e Aldo Fraccaroli si concentra sulla spedizione italiana in Libia, tocca all’indimenticabile Buzzati rendere conto della più grande tragedia del XX secolo: la seconda guerra mondiale, fino all’insurrezione di Milano contro i nazi-fascisti. Grandi imprese e immani tragedie, raccontate da giornalisti di razza artefici della "centralità del ‘Corriere della Sera’ tra i media internazionali sino alla fine degli anni Venti".
Lasciamo al lettore la scoperta dei grandi inviati, raccontati (e perfettamente contestualizzati) dall’abile penna di Cremonesi. Alcune di queste avventure, però, meritano un cenno particolare. Partiamo con la spedizione americana di Dario Papa, raccontata giorno dopo giorno nella rubrica "Ragù americano": siamo nel 1882, nel pieno dell’emigrazione e del mito degli States. Il compito del giornalista, in questo caso, è quello di raccontare l’Eden a migliaia di lettori che in America non metteranno mai piede: dalle parole di Papa traspare tutta la meraviglia per le grandezze d’oltreoceano, dai grattacieli alle strade passando per i mezzi di trasporto. Il giornalista, però, analizza anche l’ethos americano: l’individualismo ("Ognuno badi a pensare per se stesso" recitano le cinture di sicurezza dei ferry boat), l’emancipazione delle donne, la prostituzione diffusa (che definisce "galanteria di mestiere"). "Il suo stupore" commenta Cremonesi "si trasmette così al lettore senza mediazioni": non c’è spazio per la sociologia, "non cerca di trarre regole generali". Da qui la sua grandezza.
Memorabili sono poi due imprese tutte italiane. Protagonista della prima è Luigi Barzini, impegnato in uno storico "raid" Pechino-Parigi (1907) a bordo dell’automobile Itala. Tappa dopo tappa, l’inviato tiene col fiato sospeso i lettori del "Corriere della Sera": disavventure e grandi imprese sullo sfondo di terre lontane, raccolte in seguito nel volume "La metà del mondo vista da un’automobile" (oggi riedito da Touring Club Italia, a cura di Luca Clerici). Meno gloriosa è invece la seconda avventura. Inviato da via Solferino, Cesco Tomaselli segue il generale Nobile nella spedizione polare a bordo del dirigibile "Italia": una tragedia, terminata con lo schianto dell’aeromobile sul pack. Tomaselli – che la sorte ha voluto lasciare a terra – racconta per giorni il drammatico silenzio che segue la caduta, fino al salvataggio dei membri dell’equipaggio e il ritorno in patria. Senza coloro che sui ghiacci hanno lasciato la vita.
Erano altri tempi, quelli raccontati da Cremonesi. Erano i tempi dei grandi reporter. Contro i rimpianti, però, l’autore ricorda che "ogni era ha il suo giornalismo": "Non avrebbe senso oggi lavorare come un secolo fa". E molte cose in fondo – dalla Pechino-Parigi di Barzini alla seconda guerra del Golfo – non sono proprio cambiate: "il gioco a rimpiattino con la censura militare o con i regimi dittatoriali; la competizione; la prosopopea degli ‘inviati di guerra’; le ambizioni frustrate per un mestiere che discrimina nettamente tra grandi firme e addetti al ‘lavoro di cucina’; il successo e la delusione; i furbi e gli onesti; le incomprensioni tra chi viaggia e chi resta in ufficio". Oggi come ieri, quello del reporter resta uno dei lavori più invidiati al mondo: "Dai nostri inviati", come una dichiarazione d’amore, sta qui a dimostrarlo.
Lorenzo Cremonesi, "Dai nostri inviati", Milano, Rizzoli 2008
pp. 381, E. 30.00
