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D’Alema e la scoperta del tramonto

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Nella sfera di cristallo, Massimo D'Alema vede un futuro a tinte fosche. E probabilmente non è un caso. Il suo irriducibile compagno-rivale-nemico, il suo Walter ego Veltroni, ha fatto recentemente la "scoperta dell'alba" ed ha intitolato così l'ultimo libro. E' normale e forse perfino automatico, quindi, che D'Alema faccia ora la scoperta del tramonto. Il tramonto di tutta la politica, di un intero sistema e di una classe dirigente in blocco: è un pericolo concreto, giura il leader di Gallipoli. Gli si è oscurato il sole dell'avvenire, non scorge più nulla di buono all'orizzonte e lancia l'allarme su una possibile crisi di "rigetto" da parte della gente (assimilabile - ipse dixit -  alle vicende del 1992).

Nel merito, a me sembra che ci sia poco da aggiungere a quanto è stato già da più parti obiettato. La sortita dalemiana assomiglia chiaramente ad uno smaccato e anche un po' maldestro tentativo di lavare i panni sporchi all'esterno della "famiglia" di centrosinistra, cercando di indurci a considerare come un fenomeno generalizzato e trasversale la situazione di paralisi, impotenza e naufragio in cui versa l'attuale maggioranza di governo. Il riferimento al '92, comunque, mi sembra almeno improprio: in quella circostanza furono le procure a bollare come corrotto il sistema politico e a determinarne il tracollo. Ma vale la pena di ricordare che quel "Big bang" produsse anche effetti positivi: lo sdoganamento della destra democratica e l'abbandono, da parte di una fetta di sinistra, dei perniciosi miti del socialismo reale (crollati sotto le macerie del muro di Berlino); la nascita del bipolarismo e l'inizio di governi  - o almeno di maggioranze - durati per l'intero periodo della legislatura. Ora, invece, siamo in presenza di una "semplice" incapacità e inerzia della classe di governo. E i rimedi sono tutti all'interno del sistema democratico: la sostituzione o il ricambio per via elettorale. In vista, dunque, non c'è nessuna apocalisse.

Ma, più che la predica, credo che vada stigmatizzato il pulpito. Come può D'Alema impancarsi a solone e censore dopo le vicende che lo hanno visto protagonista nei mesi scorsi? Come possiamo prendere lezioni e accettare pistolotti moralistici da quello che io definisco - tra il serio e il faceto - un "ministro di minoranza"? Riflettiamoci: non è solo un paradosso o una provocazione. Gli osservatori più attenti e i commentatori più coraggiosi, infatti, non possono (e non devono) far finta di dimenticare che la relazione del ministro D'Alema, contenente gli indirizzi di politica estera, non fu approvata dal Senato. Certo, poi il governo Prodi ha riottenuto la fiducia e quindi - almeno formalmente - è stata messa una toppa a quel flop clamoroso e senza precedenti nella storia repubblicana. Ma nella sostanza, almeno secondo il modesto parere del sottoscritto, il "vulnus" resta. La bocciatura della relazione in cui erano indicate le direttive di politica estera rimane agli atti, anche se sul piano politico e mediatico si è come al solito minimizzata la gravità di quanto accadde a Palazzo Madama. Eppure era stato lo stesso D'Alema ad annunciare, con la proverbiale sicumera, che "è un principio costituzionale" tornare a casa quando non si ha la maggioranza. Poi, però, ha fatto l'indiano e ha dimenticato l'esempio che proprio lui aveva dato quando presentò le dimissioni da "premier senza diretta investitura popolare", dopo la sconfitta alle elezioni regionali. Di cosa ci meravigliamo, quindi, se i cittadini-elettori si sentono lontani anni luce da questo governo di facce di bronzo, che non sentì nemmeno il bisogno di cambiare il titolare della Farnesina prima di riprendere la sua travagliata%0D navigazione o - meglio - il suo sofferto galleggiamento?

E allora D'Alema ci faccia almeno una cortesia: ci risparmi quel sorriso sardonico sotto i baffetti, abbandoni quel ghigno sprezzante, rinfoderi quei lampi di supponenza e tracotanza nello sguardo. Eviti, per una volta, di salire in cattedra. Tanto non riuscirebbe a convincerci: la gente non è stanca della politica. Ma non ne può più di "questa" politica, incarnata anche e soprattutto da lui.

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