D’Alema scivola sulla pietra di Abramo e Maometto

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D’Alema scivola sulla pietra di Abramo e Maometto

18 Settembre 2007

Vale la pena di leggere con
attenzione il dispaccio dell’ agenzia Adn Kronos che dà conto del discorso
tenuto ieri da Massimo D’Alema a Torino davanti ai 330 giovani del Sermig. Un
discorso degno del Guinnes delle castronerie e dell’ignoranza crassa.

Questa la prolusione dalemiana: “Il cammino
della pace e anche della lotta contro il terrorismo non può che partire da
Gerusalemme perché è lì che bisogna costruire la pace, uscendo da un conflitto che
divide innanzitutto le grandi religioni. Il tragico conflitto tra palestinesi e
israeliani rimane il cuore di tutti i conflitti mediorientali. E’ mai possibile
che la roccia da cui Maometto spiccò il volo per andare in cielo, sia la stessa
roccia sulla quale Abramo andò per sacrificare Isacco? Non potevano scegliere
due rocce diverse ci sarebbe stato meno sangue, poiché la tragedia nasce proprio
da questo scontro delle grandi religioni”.

Dunque, “non potevano scegliere due rocce
diverse?”
Questo pensa il ministro degli Esteri della Repubblica italiana.
Questo ha il coraggio di chiedersi, col suo
tono da professorino, col suo birignao saccente.

%3Cp>E’una domanda indecente, perché illustra la
totale, assoluta ignoranza dei fondamentali della storia dei rapporti tra
ebraismo e cristianesimo. Perché dimostra che il nostro ministro degli Esteri
procede per sentito dire, che pronuncia banalità e che le illustra male. Di
più, che è tanto saccente nella sua ignoranza che rischia di offendere ebrei
e musulmani, perché la frase di D’Alema equivale al domandarsi perché mai Gesù è nato ebreo, perché
se nasceva a Roma, sicuramente si sarebbero risparmiate tante tragedie.
Un’idiozia.

Iniziamo dunque a srotolare questa serie di
banalità, iniziando dalla più grave: D’Alema non sa che Maometto nel suo Corano
si è volutamente impadronito della figura di Abramo, che l’ha definito “il
primo musulmano”, che ha sostenuto che fu lui a iniziare con suo figlio Ismaele
il culto della Kaaba alla Mecca (ivi compresa la liturgia) che non fu affatto – questo il punto – “né cristiano né ebreo” (Corano, III, 65-68).  Da qui, da questa appropriazione
all’islamismo di Abramo – assolutamente indebita, inventata, effettuata ben 1.000
anni dopo dalla definizione del canone abramitico -, ha inizio la “guerra di
religione” che l’Islam mena da 1.300 anni contro ebraismo e cristianesimo (e non
viceversa). Effettuando questa operazione, trasformando Abramo in un musulmano,
eliminando addirittura la sua natura di ebreo, trasformandolo in un arabo,
trasportandolo alla Mecca, Maometto costruisce la base della piena legittimità della
sua rivelazione e contemporaneamente delegittima quella ebraica e cristiana.
Operazione completata, appunto, dalla non casuale scelta della pietra del
Tempio di Gerusalemme, che gli ebrei da quasi 2.000 anni veneravano come
abramitica, come base materiale della sua ascesa in cielo sul cavallo al Buraq.

No, D’Alema si deve rendere conto che Maometto
“non poteva scegliere una roccia diversa”.

Non solo, si deve anche rendere conto che  è proprio il problema posto da quella
benedetta che roccia impedisce da 80 anni la convivenza tra sionisti e palestinesi.
Deve finalmente comprendere che prima il Gran Muftì filonazista, poi Nasser,
poi Yasser Arafat e oggi Hamas, in perfetta continuità islamica, hanno
rifiutato di fatto ogni mediazione con Israele perché non intendevano e non
intendono minimamente ammettere una sovranità ebraica su una terra di cui la
rivelazione maomettana si è così radicalmente impadronita. Lo statuto di Hamas
è netto e si riferisce proprio a quella roccia: “La terra di Palestina è un dono
divino (Waqf) di Allah al popolo musulmano sino al giorno del Giudizio
Universale. Nessun uomo ne può disporre”.

Se comprendesse questo, D’Alema capirebbe
finalmente quale è la radice del dissidio insanabile che contrappone quella
tradizione fondamentalista, oggi incarnata da Hamas, alla componente
palestinese nazionalista che è, da 87 anni, minoritaria così come oggi è
palesemente minoritario lo stesso Abu Mazen.

Da sempre infatti, il movimento palestinese
esprime una leadership di minoranza che non intende fare di quella roccia il
punto dirimente, che considera il contenzioso tra sionisti e arabi in termini
di nazionalismo puro e che quindi combatte ferocemente contro i sionisti, ma è
disposta alla mediazione, alla trattativa, al compromesso.

Compromesso che è impossibile se ci si
riferisce a un “a priori” religioso.

Infine. D’Alema dovrebbe rendersi conto di
avere detto una castroneria circa il fatto che non è affatto vero che “il
cammino della pace e anche della lotta contro il terrorismo non può che partire
da Gerusalemme perché è lì che bisogna costruire la pace, uscendo da un
conflitto che divide innanzitutto le grandi religioni”. Anche questa
affermazione ha dell’incredibile: D’Alema non si è dunque ancora reso conto che
il conflitto divide innanzitutto l’Islam al suo interno, che non solo al Qaida,
ma anche l’Iran khomeinista combattono innanzitutto contro i “falsi musulmani”,
gli idolatri (esattamente come fece il Profeta) e poi contro cristiani ed ebrei
considerati alleati dei loro nemici principali (di nuovo imitando il profeta).

Pure, dovrebbe essere ormai un luogo comune
questa acquisizione, pure, l’esperienza di 
20 anni di stragi, quella dell’Algeria, quella dell’Afghanistan pre e
post 2001,  quella dell’Iraq dal 2003 a oggi e infine quella
di Gaza recentissima, dimostrano che il punto focale del conflitto è intermusulmano.

 Niente.

 D’Alema non vuole capire.

 Viene il sospetto che non sappia capire. (c. p.)