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Gli Usa e la crisi dell'Europa/2

Dalla crisi dell’euro nasceranno gli Stati Uniti d’Europa à la Hamilton

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Nessuno si aspetta che la Storia possa ripetersi alle medesime condizioni. La popolazione europea è oggi più vecchia e molto meno militarista. Ciononostante, vi sono segnali inquietanti circa una reazione populista in molti paesi – e non solo nell’Europa Latina. In Olanda e Finlandia, i partiti di destra hanno vinto ottenendo i voti sui temi dell’Europa e dell’immigrazione.

Anche alle prossime elezioni greche la destra andrà bene (il report è antecedente alla tornata elettorale greca del 16/17 Giugno, ndt), come del resto la destra estrema (Alba Dorata è al 7%, ndt). Inoltre, i politici e i movimenti anti-conformisti stanno emergendo nei paesi più improbabili: il comico Beppe Grillo in Italia, il Partito dei Pirati in Germania.

Il populismo di oggi non provocherà alcuna guerra. Ma sta rendendo il compito di governare l’Europa progressivamente sempre più difficile ogni qual volta v’è da tenere un’elezione. In Europa, attualmente, non c’è nessun leader eletto due volte. Nell’era dell’austerità, chi è in carica risulta sempre perdente.

Per questo, con due anni di ritardo, per l’Europa è arrivato il momento della verità.

Neppure la Cancelliera tedesca Angela Merkel deve abbassarsi alle logiche del suo predecessore (Gerhard Schroeder, ndt) ma seguire le orme di Helmut Kohl, da sempre fautore di un’unione monetaria che tendesse verso il federalismo; se così non sarà la partita sarà davvero finita – e il processo di disintegrazione europea è destinato ad andare fuori controllo. Ma c’è anche un’altra possibilità altrettanto preoccupante: se i leader europei tentassero di nascondere i problemi sotto il tappeto ancora una volta, ciò finirebbe per provocare ugualmente una situazione esplosiva.

Per i Tedeschi, si tratta di un dilemma straziante. La via federale significa dover dare ai propri elettori la notizia secondo cui, in un futuro immediato, verrebbe elargita un’ampia quantità di denaro agli Europei del sud – all’incirca l’8% del Pil. Un costo maggiore della riunificazione della Germania degli anni ’90.

Ma lo scenario di una rottura potrà anche costare ai Tedeschi miliardi di euro, perché l’onda dello shock finanziario sarebbe immenso. La Germania non solo rischierebbe di perdere pesantemente gli equilibri derivanti dal ‘TARGET2’, ma il collasso delle economie periferiche difficilmente lascerebbe il business tedesco indenne, con l’attuale 42% delle esportazioni Tedesche nel resto dell’eurozona – otto volte l’ammontare dell’export verso la Cina.

Quindi, cosa bisogna fare? Se Alexander Hamilton fosse ancora vivo, avrebbe certamente consigliato la creazione di un sistema federale più vicino alla Costituzione Americana rispetto agli ingestibili articoli della Confederazione. Ciò comporterebbe tre cose: una vera unione bancaria Europea, la ricapitalizzazione delle banche in crisi con i fondi provenienti dal Meccanismo Europeo di Stabilità, e un piano che assicuri la conversione di parte dei debiti nazionali in eurobond.

Finora i Tedeschi hanno caldeggiato la prima opzione a scapito della seconda e della terza. Per giustificare il rischio di garantire i depositi bancari spagnoli, i tedeschi vogliono ancora più controllo sulle politiche fiscali degli Stati membri rispetto a quello attuale possibile grazie al fiscal compact. Il problema è che questo meccanismo rende italiani e Spagnoli – tanto per citare un noto politico di Roma – Paesi quasi coloniali.

Le preoccupazioni tedesche sul salvataggio dell’Europa latina sono comprensibili. Quale incentivo avrebbero gli Europei del sud a riformare seriamente loro stessi se sanno che tanto i tedeschi continueranno a sborsare? Il problema è che l’Europa è davvero sull’orlo del precipizio, e gli eurobond saranno parte decisiva di ogni soluzione, come i buoni del tesoro americani furono cruciali per l’America del 1780. Talvolta, il meglio è veramente nemico del bene. Le riforme strutturali nell’Europa Latina sono più che mai desiderabili, ma occorreranno anni per implementarle e l’Europa non ha a propria disposizione anni. Ha al massimo giorni.

La mia più grande scoperta riguarda proprio la certezza che questa politica del rischio calcolato terminerà definitivamente con la soluzione di Hamilton: il federalismo fiscale e, in ultima analisi, gli Stati Uniti dell’eurozona. Un importante passo in avanti è stato preso in questa direzione qualche giorno fa, con l’annuncio di 100 miliardi di euro per salvare le banche spagnole in crisi.

Si tratta di una grande vittoria per l’ottimo ministro dell’Economia Spagnolo Luis de Guindos, che aveva già richiesto, in più d’una occasione, l’intervento del Fondo monetario internazionale, cavandosela con condizioni meno gravose rispetto a quelle imposte al vicino Portogallo. L’umore spagnolo di questi giorni appare sollevato, di moderata fiducia. Ma c’è ogni tipo di rischio lungo la strada, non da ultimo le elezioni greche alle porte (il report è antecedente alla tornata elettorale greca del 16/17 Giugno, ndt). Nel frattempo, il mondo attende – e si tiene forte per il tracollo europeo in stile ‘Lehman Brothers’.

Anche se si dovesse prospettare il migliore degli scenari possibili, questa crisi ha già consegnato un enorme shock economico all’Europa Latina. Le conseguenze sono già percepibili nei mercati del resto del mondo. L’agonia europea minaccia di infliggere una doppia recessione agli Stati Uniti nella misura in cui la bassa crescita sta aumentando significativamente il peso di paesi e mercati emergenti come la Cina. Si ricordi, al riguardo, che le esportazioni verso l’Europa rappresentano il 22% del totale delle esportazioni degli Stati Uniti. Per molte grandi compagne americane come Mc Donald’s, il mercato europeo incide per il 40% delle vendite.

Gli ultimi dati sull’occupazione americana sono incontrovertibili: solo 69mila nuovi posti di lavoro a Maggio, e un tasso di disoccupazione in crescita. Anche il manifatturiero ha rallentato. La fiducia dei consumatori è in calo. E nonostante la timida ripresa delle scorse settimane, i mercati statunitensi hanno riconsegnato indietro tutti i guadagni dei primi tre mesi dell’anno. Ciò è principalmente dovuto al carico fiscale che il Paese dovrà affrontare alla fine dell’anno. Si tratta, però, delle conseguenze del ‘virus’ europeo in corso.

Come per gli effetti politici del rallentamento Usa, non serve prendere una laurea in Scienze Politiche per comprendere che la Casa Bianca è preoccupata. Anche quando le persone parlavano ancora di una ripresa, Obama era testa a testa con Romney sui temi economici, pensiero numero uno nella mente degli elettori. Nel 1980, Ronald Reagan chiese agli Americani la domanda che costò a Carter la rielezione: “Siete più ricchi di quattro anni fa”? Chiesta il mese scorso da un sondaggio del Washington Post, solo il 16% degli Americani ha risposto di sì.

La legge degli effetti inattesi è l’unica legge reale della storia. Se la disintegrazione dell’Europa uccide le speranze di rielezione di un presidente amato alla follia quattro anni fa dagli Europei, sarà una delle supreme ironie del nostro tempo.

Niall Ferguson è un professore di storia all’Università di Harvard. Ricercatore al Jesus College, all’Università di Oxford, alLl Hoover Institution e all’Università di Stanford. Il suo ultimo libro, ‘Civilization: The West and the Rest’ ha già ottenuto la pubblicazione di Penguin Press.

Fine della seconda e ultima puntata

©Newsweek – The Daily Beast

Traduzione di Eugenio Del Vecchio

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