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Dalla lussuria all’invidia. Viaggio attraverso i vizi capitali

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Alcuni giorni fa, una televisione generalistica del nostro paese, per la prima volta dopo 36 anni, ha mandato in onda Arancia meccanica, il leggendario film di Stanley Kubrick uscito nel 1971. Come è noto, la pellicola è tratta dal romanzo distopico di Anthony Burgess, pubblicato nel 1962, in cui si immagina una società immersa in un’esasperata violenza, soprattutto ma non esclusivamente giovanile.

La provocazione che voleva lanciare Burgess, spiegata chiaramente nell’intervista che è riportata in coda all’edizione italiana (Einaudi), era rivolta ad alcuni filoni del pensiero progressista dell’epoca che avevano la tendenza a spiegare ogni fenomeno di devianza ricorrendo a considerazioni sociologiche, senza mai guardare alla responsabilità etica del singolo. Visto che la società era quella che era ed ogni manifestazione deteriore al suo interno non era mai riconducibile agli individui che la popolavano e alle loro libere scelte, secondo le dottrine prevalenti all’epoca, Burgess ne traeva la conclusione provocatoria che l’unica prospettiva immaginabile fosse quella di un degrado e di una violenza generalizzate. A suo giudizio, realtà da cui era possibile riscattarsi – per usare sempre la terminologia dell’epoca – con un percorso di autocoscienza morale, in cui il delinquente fosse messo a confronto con gli effetti dei suoi crimini (si ricorderà la celebre scena in cui Alex, il protagonista, è costretto a guardare la pellicola delle sue azioni violente, sottoposto ad un macchinario che gli tiene coattivamente aperte le palpebre).

Sfogliando l’ultimo libro di mons. Gianfranco Ravasi – già Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano e ora nuovo Presidente del Pontificio Consiglio per la cultura – e, soprattutto, leggendone l’introduzione mi è tornato alla mente il film di Kubrick e, in una certa misura, mi sono stupito di non averlo trovato fra i vari materiali utilizzati per illustrare i vizi capitali, che vanno ovviamente da fonti testamentarie a disquisizioni teologiche e filosofiche, da rinvii storici a brani di narrativa, da contributi artistici a sequenze cinematografiche, dal senso comune alla psicanalisi. 

Mons. Ravasi, usando un’espressione bella ed efficace, parla dell’esistenza di una sorta di “legge di Newton dell’anima”: “I vizi rivelano diversi profili […]. C’è, però, una base comune. Essi nascono all’interno della persona libera e cosciente […]”; e più oltre, “L’immagine delle due vie, simbolo della libera scelta, fa parte di tutte le culture”. Superate le incrostazioni ideologiche che ci portavano a disconoscere totalmente la componente volontaria nella condotta morale, pur senza cadere nell’eccesso opposto che farebbe astrazione del contesto sociale in cui operano i soggetti, è bene non dimenticare che il comportamento di ognuno di noi, fino a prova contraria, è il frutto della nostra libera volontà, di cui ci dobbiamo considerare eticamente responsabili. Detto per inciso, questo è un punto che l’etica cattolica condivide con il liberalismo, anche laico, e sul quale non è mai inutile insistere. Superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, pigrizia contrapposte a fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, i sette vizi capitali messi a confronto con quelle che un tempo venivano chiamate le “virtù teologali” (su cui mons. Ravasi ha scritto nel 2005 Ritorno alle virtù, l’introduzione al libro in uscita in questi giorni o, se si preferisce, il suo versante “positivo”) ci può forse fare sorridere, se non altro per il linguaggio demodé.

Ma anche lo spirito più laico non può trascurare che questa griglia etica è giunta ai Padri della Chiesa dalle culture classiche, grazie al prezioso lavoro di intermediazione fatto da autori come Plotino. È quindi un tessuto di valori per una “vita buona, vita felice”, se vogliamo usare la famosa espressione aristotelica. Si può fare riferimento ad un orizzonte di fede, come ad uno laico, ma questa seconda ipotesi non comporta, come forse alcuni intendono, un relativismo etico che non sa distinguere il bene dal male, il positivo dal negativo, l’utile dal dannoso, il profittevole dal deleterio. In altre parole, ricondurre l’attenzione ai vizi e alle virtù è un discorso classico, in ogni senso s’intenda questa parola, e quindi dedicarvi un libro significa scrivere per tutti, per ogni potenziale lettore, come testimoniano i bellissimi versi di Alda Merini indirizzati a mons. Ravasi e da lui riportati nella chiusa della presentazione del volume: “Il tempo ci divora su distanze / che noi non conosciamo: / ho una fede diversa dalla tua, / io ho una fede che non vuole vedere. / Affido le mie mani al mio destino, / e là ti incontro”.

Gianfranco Ravasi, Le porte del peccato. I sette vizi capitali, Mondadori, 2007, (pp. 243 - € 17,50).

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1 COMMENT

  1. Virtù teologali e virtù cardinali
    Mi permetto di far notare un errore da matita rossa nell’articolo, dove si confondono le 3 virtù teologali – che sono soltanto fede, speranza e carità – con le 4 virtù cardinali – prudenza, giustizia, temperanza e fortezza – chiamandole tutte e 7 virtù teologali e impropriamente facendo risalire tutte e 7 alla filosofia greca.
    Viceversa le 4 virtù cardinali sono individuate e proposte alla crescita morale dell’uomo da Platone nella Repubblica e perciò sono attuabili dall’uomo con le sole forze umane.
    Le 3 virtù teologali sono insegnate dal Nuovo Testamento (1Cor 13,13) e sono donate dallo Spirito Santo, sono perciò attuabili dal cristiano solo grazie alla Grazia di Dio.

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