Dalla marea alla Casa Bianca: Bobby Jindal non frena la sua corsa

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Dalla marea alla Casa Bianca: Bobby Jindal non frena la sua corsa

24 Luglio 2010


Se qualcuno pensava che i problemi per Obama finissero con l’intervista al vetriolo rilasciata dal generale Arthur McChrystal, si sbagliava. Non bastavano la perdita di petrolio nel golfo del Messico, la crisi in Afghanistan, la mancata chiusura di Guantanamo e uno spill ancora più copioso in termini di consenso per i democratici. Da qualche mese la popolarità di Obama è calata pesantemente e i repubblicani sono indicati persino dalla Casa Bianca come possibili vincitori delle elezioni di mid term. Le aspettative troppo alte della campagna elettorale si sono trasformate in una forte insoddisfazione, visto che anche la riforma sanitaria approvata è molto lontana da quelle che erano state le promesse dell’Obama candidato alla presidenza. 

In questo quadro, il governatore della Louisiana, Bobby Jindal, viene sempre più accreditato come possibile ousider repubblicano che potrà contendere la Casa Bianca ad Obama alle elezioni del 2012. Considerato l’astro nascente del GOP (Grand Old Party), Bobby, il cui vero nome è Piyush – il nomignolo è stato preso in prestito dalla sitcom “The Brady Brunch” – a soli 38 anni è il più giovane governatore d’America, per di più indiano ed ex induista, oggi convertitosi al cattolicesimo. I suoi genitori sono partiti dal Punjab nel 1970 per cercare fortuna in America. Ed oggi Jindal ha acquisito più esperienze di governo di Barack Obama e Hillary Clinton messi insieme. Dopo essersi diplomato a soli sedici anni, si è laureato in Biologia e Scienze Politiche alla Brown University of Providence. Quindi, ha vinto una borsa di studio, la Rhodes Scholar, per specializzarsi ad Oxford. Nel 1996, a soli 25 anni, è stato nominato Segretario alla Sanità della Lousiana, in un periodo in cui il sistema sanitario pesava senza precedenti sul bilancio statale ed era sull’orlo della bancarotta con 400 milioni di deficit. Tre anni dopo, Jindal è riuscito a riportarlo a 220 milioni di surplus e la qualità dei servizi sanitari è migliorata sensibilmente, in uno degli Stati più poveri d’America. E nel 1999, Bobby è diventato il più giovane presidente di sempre del Sistema Universitario della Louisiana. Ma la passione per la politica non si è mai affievolita, anzi. Dopo un tentativo fallito nel 2003, Jindal ha vinto le elezioni del 2007, diventando così il primo governatore della Louisiana di colore dopo un secolo e mezzo. 

Negli Stati Uniti sono in molti a considerare Jindal il nuovo leader del partito dell’Elefante. Non a caso, stava per affiancare il vecchio leone John McCain nel ticket repubblicano alla Casa Bianca, prima che si facesse il nome di Sarah Palin. Il suo curriculum politico è del tutto eccezionale e c’è già chi, come il conduttore radiofonico di destra Rush Limbaugh, lo definisce “il Ronald Reagan del futuro”. Bobby, infatti, potrebbe dare un messaggio di diversità e apertura al partito repubblicano. E’ figlio di migranti indiani, un self made man che ha vinto borse di studio, guadagnandosi giorno dopo giorno la poltrona su cui siede, forse l’unico che può cambiare l’immagine dell’uomo bianco e “maschio” all’interno del GOP. Fra l’altro, Bobby Jindal è uno dei principali sostenitori dei valori del partito repubblicano: pro-life al 100 per cento, si è sempre detto contrario all’aborto (anche se difende la contraccezione d’emergenza in caso di stupro), contrario alla ricerca sulle cellule staminali e alla legalizzazione dei matrimoni gay. Mentre da sempre, Bobby è favorevole all’insegnamento del “Disegno intelligente” nelle scuole pubbliche e alla diffusione del Patriot Act come provvedimento permanente. E’ il governatore di uno Stato che ha dovuto fronteggiare, in ordine di tempo, prima l’uragano Katrina, che cinque anni fa devastò New Orleans, l’uragano Gustav nell’agosto del 2008, e sopra tutto la terribile marea nera che ha danneggiato gran parte delle coste della Louisiana. 

Già prima dell’oil spoil Jindal aveva criticato la Casa Bianca per le lungaggini burocratiche nella protezione delle coste minacciate dal greggio, chiedendo una maggiore autonomia a livello locale. Pochi giorni fa, in un articolo apparso sul Washington Post, il governatore ha ribadito il suo no alla moratoria di sei mesi per le trivellazioni in acque profonde, decisa dal presidente Obama ai primi di maggio dopo il dramma della Deepwater Horizon. Per la Louisiana, infatti, questa moratoria significherebbe una riduzione troppo drastica delle entrate fiscali. E, almeno per ora, Bobby può contare sulla decisione di un tribunale americano di New Orleans. Il giudice distrettuale Martin Feldman ha accolto il ricorso guidato dalla Honbeck Offshore Services, attiva ormai da anni nel campo delle trivellazioni. Secondo la Honbeck, la decisione dell’Amministrazione Obama è arbitraria perché nulla dimostra che le trivellazioni a una profondità superiore ai 150 metri siano più pericolose delle altre. La Casa Bianca ha annunciato che farà immediatamente appello, ma non sarà facile scontrarsi con Jindal, che, d’altronde, ha sempre parlato chiaro: “Abbiamo un sacco di incidenti sui ponti, ma non per questo dobbiamo chiuderli”. Il governatore, fra l’altro, non aveva risparmiato critiche severe neppure alla dirigenza della British Petroleum, definendo insufficienti le risorse messe a disposizione dalla Bp per fronteggiare l’emergenza. 

Con la sua giovane età, il suo curriculum straordinario e le sue origine asiatiche, Bobby Jindal è diventato la rising star del partito repubblicano, il candidato più probabile per sfidare Barack Obama alle prossime elezioni presidenziali del 2012. Entrambi figli di migranti, sono diventati governatori – Jindal della Louisiana e Obama dell’Illinois – a soli 36 anni, guadagnandosi la stima dei veterani di partito. Il 24 febbraio 2009 Bobby Jindal, rappresentando il partito dell’Elefante, rispose al primo discorso che Obama tenne di fronte al Congresso americano. Parlò della Louisiana, criticò il “Piano Obama” per il salvataggio dell’economia e non fu tenero neppure con i vertici del GOP. Allora non convinse molto ma oggi potrebbe prendersi la sua rivincita. Una serie di sondaggi, pubblicati di recente dal Washington Post, evidenziano come tutte le constituencies del voto che ha portato Barack Obama alla Casa Bianca stiano traballando: giovani, neri e classi medie. Senza considerare il sentimento di frustrazione diffuso ormai da tempo nel Paese, ancora preda della crisi finanziaria e della disoccupazione. Probabilmente è il momento che Bobby Jindal stava aspettando da tempo. Dovrà superare le difficoltà interne al partito, come la pressione delle potenti lobbies di Washington e la novità dei Tea Parties, l’ala radicale della Right Nation, e individuare così una linea strategica per il GOP. Soltanto allora la sua leadership sarà chiara e condivisa e forse fra poco più di due anni saranno due figli di ex migranti a contendersi la presidenza americana.