Dalla secessione a Obama. La lunga marcia del popolo nero

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Dalla secessione a Obama. La lunga marcia del popolo nero

16 Novembre 2008

Il presidente George W. Bush un giorno scardinò i canoni politici di Washington portando con sé alla Casa Bianca, come Segretario di Stato, non solo una donna, ma una donna nera. Senza questa sua rivoluzione, chissà se oggi Barak Obama sarebbe arrivato dov’è arrivato. Molto tempo prima di lui, Jorge Luis Borges amava ripetere: «L’umanità ha sempre voluto raccontarsi tre tipi di storie: un dio che si sacrifica a sé stesso, l’assedio di una città, e un viaggio». Accomunare entrambi questi due cardini – l’epopea del popolo nero americano e il motivo del cammino, della marcia – significa offrire la giusta cifra interpretativa all’ultimo romanzo di Edgar L. Doctorow, ma di certo non l’unica.
La Marcia (Mondadori) è presumibilmente il capolavoro del settantasettenne romanziere americano, autore tra l’altro di Ragtime, uno dei pochi autentici maestri della narrazione contemporanea. Diventato best-seller in tutto il mondo, questo romanzo corale, dove nessuno è protagonista, è ambientato durante la Guerra di Secessione americana. Il 23 dicembre 1864 il generale unionista William Sherman scriveva ad Abraham Lincoln una lettera in cui definiva la nemica città di Savannah, in Georgia, il suo “regalo di Natale”. Mai Natale fu più sanguinoso. L’assedio e la presa di Savannah, infatti, era stato il punto d’arrivo della campagna militare chiamata “marcia al mare”, iniziata da Atlanta, messa a ferro e fuoco poco più di un mese prima. Sessanta miglia di devastazione brutale, sessantamila soldati nordisti scagliati nel cuore del Sud razzista in una di quelle guerre primordiali e barbare di cui oggi l’umanità ha perduto il ricordo.
Un conflitto civile straziante i cui resti ancora avvelenano la coscienza statunitense, una marea umana costretta a sbranarsi nel fango della vita, l’ottusità di un latifondismo prepotente, la tragedia fisica ed esistenziale di un intero popolo – gli afroamericani – ormai dimentico persino del significato della parola libertà. Fra crudeltà e dolori titanici, fra atti gloriosi e ideali sventolanti al vento delle bandiere, fra galoppate, scariche di fucileria, sciabolate e baci d’amore rubati, Doctorow racconta nel profondo i sentimenti e le psicologie di un quasi infinito cast di personaggi che s’intrecciano senza sosta, dipingendone magistralmente colori e umanità.
Fra questi, proprio il generale in persona. Il suo genio militare, la tenacia, l’acume intellettivo, l’uomo che spezzò in due l’esercito confederato costringendolo alla resa, ma pure il suo dramma morale, le sue depressioni nervose, la malinconia tetra di chi è costretto a generare morte e distruzione infernali per evitarne di ancor peggiori. È lo stesso Doctorow in un’intervista a darne un’immagine diversa da quella del pazzo sanguinario il cui nome è ancora una bestemmia al Sud: «Era una persona molto intensa. Gli offrirono di correre per la presidenza degli Stati Uniti, ma non ne volle sapere. Prima della guerra aveva avuto un terribile esaurimento nervoso e aveva anche tentato di suicidarsi. Oggi lo definiremmo un maniaco depressivo. Ma alla gente del Sud che gridò che era un barbaro disse: “Quando la guerra sarà finita ti tratterò come un fratello e ti aiuterò”. E lo fece. Andò negli stessi luoghi che aveva devastato, e si mise a lavorare per la ricostruzione».
Oltre a lui incontriamo umili soldati di una parte e dell’altra trascinati loro malgrado nella Storia, neri liberati dalle catene e ora imprigionati nell’inanità, l’ex schiava meticcia coraggiosa e intraprendente, il cinico e geniale medico militare, le decadute famiglie del Sud la cui nobiltà fu partorita dalle sofferenze schiaviste. «Vent’anni fa lessi un saggio storico che scomponeva nei dettagli la marcia dell’armata di Sherman attraverso la Georgia e le due Caroline – spiega Doctorow –, e pensai che sarebbe stata una perfetta anima di ferro a cui fare aderire un romanzo come un vestito. Ma non ne feci nulla. Poi tre anni fa mi è bastato vedere per caso una foto di Sherman e dei suoi generali davanti a un accampamento, e ho cominciato a scrivere spinto dall’urgenza. Se questo significhi che è stata una presa di coscienza della situazione in Iraq, io non lo so. Quello che so è che quando scrivi un libro ambientato nel passato, quello che stai descrivendo realmente è il presente».
L’avventura e i grandi sentimenti non sono il solo motivo d’interesse di questo romanzo, così come non lo è lo spettro dell’anima nera dell’America, con cui forse oggi la democrazia più antica del mondo comincia a fare i conti. Quello che invece affascina della Marcia è prima di tutto il suo impianto formale. Lo stile di Doctorow è superbo, finalmente fuori dai registri linguistici della narrativa d’oggi. Il suo impasto descrittivo e dialogato apre nuove prospettive stilistiche; la serena assenza del virgolettato, l’infusione del pensiero nella parola, e di questa nella scenografia, sono elementi intessuti con una tale eleganza ed originalità da dover essere assunti a modello per le nuove generazioni di romanzieri. Soprattutto, come lettori, è possibile per la prima volta da decenni respirare l’ampiezza dei grandi temi, dei grandi spazi, lontano dallo squallore di troppa narrativa minimal-social-familiar-politico-nulladicente dei nostri tempi.