Dalla tassa sulle mucche a quella sul sesso tutto fa cassa
17 Febbraio 2009
Per una volta, pur parlando di Fisco, materia certo non simpatica, proviamo a sdrammatizzare, citando alcuni esempi di “follie” fiscali, nazionali e internazionali, che, seppur vere (e quindi serissime, riguardando in ogni caso le tasche dei contribuenti), non possono non strappare un sorriso.
Cominciamo allora parlando della cosiddetta “cow tax”, ossia la tassa sulla mucca che il governo federale americano ha intenzione di introdurre a carico dei contadini proprietari di mucche e maiali.
La colpa che infatti tali contadini devono (letteralmente) pagare è quella di contribuire niente di meno che all’effetto serra.
Secondo ricerche autorevolissime, infatti, mucche e maiali emettono “gas” nocivi per l’ambiente, portando la quantità di metano nell’aria a pericolosi livelli di inquinamento, il cui costo i legittimi proprietari devono quindi in qualche compensare.
L’importo dovuto, del resto, non sarebbe neppure di poco conto, dato che dovrebbe consistere in 75 dollari a mucca e 20 dollari a maiale.
L’idea della cow tax, comunque, non è nuova.
Il copyright spetta infatti in realtà a Nuova Zelanda ed Estonia, che già avevano pensato di introdurla nei loro ordinamenti giuridici (intento, per fortuna dei contadini locali, poi non portato a compimento).
Tornando a casa nostra, la giunta Cofferati a Bologna non è stata da meno, introducendo quella che è stata subito argutamente ribattezzata “delirium tax” o tassa antispot.
Sulla base infatti di una interpretazione un po’ rigida di un decreto legislativo del 1993, in materia di imposta comunale sulla pubblicità, il Comune di Bologna ha avviato una lotta senza quartiere contro le forme di pubblicità non soggette alla dovuta tassazione.
Che poi tale “illecita” pubblicità consista nell’esposizione da parte di un gioielliere di uno zerbino con le iniziali dell’esercizio commerciale, o nell’aver incollato alla vetrina gli adesivi con le carte di credito ammesse nel ristorante, o nell’aver esposto all’interno del bar pannelli con i nomi delle ditte produttrici di gelati (per la cui “evasione” il povero barista si è visto comminare la modica cifra di 3.000,00 Euro), poco importa. Questi poco accorti contribuenti del resto sono in buona compagnia, dato che sono ben 2.300 i commercianti di Bologna che si sono visti recapitare accertamenti di mancato pagamento della tassa sulla pubblicità.
Ma anche uscendo dagli angusti confini comunali e approdando niente di meno che alle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali del Senato ci si può rendere conto di quanto il Fisco non sia una materia noiosa, come invece molti pensano.
Anzi è una materia, forse, addirittura sexy. Rispondendo infatti al Presidente della citata Commissione del Senato, che le chiedeva un’opinione “su un eventuale riconoscimento di uno status lavorativo per le prostitute, con l’introduzione anche di un sistema di tassazione per le prestazioni di carattere sessuale”, la rappresentante del comitato per i diritti civili delle prostitute ha tranquillamente risposto che le sue “rappresentate” sarebbero ben disposte a pagare le tasse, laddove il loro mestiere fosse ufficialmente riconosciuto, magari sotto il più professional titolo di “operatrici sessuali”.
La tassazione dei redditi da prostituzione, del resto, oltre ad avere comunque, già oggi, un suo fondamento giuridico (presupposto dell’imposizione è infatti soltanto il possesso di un reddito, indipendentemente dalla sua provenienza ed anche l’eventuale illiceità dell’attività produttiva non esclude la tassabilità del reddito da essa derivante, essendo il reddito un dato economico e non giuridico), porterebbe sicuramente notevoli risorse nelle casse erariali, visto che, come noto, in tale campo, da che mondo è mondo, non ci sono recessioni, nemmeno in tempi di crisi economica.
Certo, poi resterebbe l’imbarazzo di come fatturare la prestazione, anche considerato che l’art. 21 del DPR 633/72 impone la puntuale descrizione della natura, qualità e quantità della prestazione effettuata, ma anche a questo l’italica fantasia troverebbe senz’altro facile rimedio.
Infine un’ultima annotazione.
In tempi di crisi e di scarsa liquidità finanziaria pagare tutte queste imposte (anche quelle più fantasiose) potrebbe essere effettivamente difficile.
Forse anche per questo motivo l’Agenzia delle Entrate è venuta incontro ai contribuenti e con la Risoluzione n. 347/2008 ha sottolineato come il pagamento delle imposte può avvenire anche mediante la cessione di un’opera d’arte, invece che con il vil denaro.
Tale possibilità era peraltro già prevista dall’art. 28 bis del DPR 633/72, che appunto concede al contribuente la facoltà di cedere beni mobili e immobili, archivi o singoli documenti, dichiarati di notevole interesse storico, artistico, archeologico etc. etc., a titolo di pagamento totale o parziale delle imposte dovute.
Insomma, se la tassazione dei redditi da prostituzione passerà, le “operatrici sessuali” potranno sempre estinguere i loro debiti col Fisco con regali e prebende artistiche dei loro clienti, tipo quadri, pezzi di antiquariato, o magari gioielli storici di famiglia.
Tutto fa cassa.
Giovambattista Palumbo
