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La quiete dopo la tempesta

Dalle crisi si esce rafforzati e il 2009 sarà l’anno dell’ottimismo

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Il 2008 che si sta chiudendo sarà ricordato come un anno nefasto per l’economia mondiale. Da una condizione di indifferenza, il mondo intero ha compreso, nell’arco di 12 mesi, quanto siano volatili i mercati finanziari e quanto sia grave la crisi in atto. Tutti si domandano se il 2009 porterà un po’ di pace alle borse, ma nessuno sa dare una risposta certa.

Ancora scossi dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense, nel luglio 2007 grazie a due fondi hedge di Bear Stearns, ci siamo illusi che le code di fronte alle filiali della banca inglese Northern Rock del settembre dello stesso anno fossero un episodio estemporaneo. Abbiamo iniziato un 2008 indubbiamente con troppa presunzione che la crisi economica in corso fosse ampiamente gestibile, salvo poi veder crollare le iniziali convinzioni alla metà di marzo, con il default delle stessa Bear Stearns e con il continuo scendere dei tassi, di sconto e di riferimenti, di Federal Reserve e Banca Centrale Europea. C’è voluto poco per comprendere la realtà dei fatti e far mente locale su cosa stava accadendo. Verso l’inizio d’estate, il peggio. Il crollo generale dei mercati finanziari ed il continuo aumentare del prezzo del petrolio, insieme con un’inflazione sempre maggiore, hanno fatto intendere anche all’uomo della strada che quanto osservato fino ad allora era solo il preludio di un evento del tutto devastante.

Fannie Mae & Freddie Mac, le due agenzie governative che gestiscono il 45% del mercato dei mutui americani, vengono salvate per il rotto della cuffia a luglio dal governo federale, anche per evitare il default di un asset da 5 miliardi di dollari. Alla loro crisi fa seguito quella di Indymac Bancorp prima e di AIG, la prima società assicuratrice americana, dopo. Come se non bastasse, sempre a luglio abbiamo osservato due massimi storici: il petrolio a ridosso dei 150 dollari al barile ed un cambio euro-dollaro sempre più a vantaggio del primo. Ma il peggio, finanziariamente parlando, doveva ancora accadere.

Era l’inizio di settembre quando sono giunte le prime notizie dei crolli del titolo Lehman Brothers, la quarta investment bank yankee. Dopo pochi giorni, nella notte fra di domenica 14 settembre, il gruppo bancario newyorkese domandava di poter accedere al Chapter 11 del Bankrupcty US Code, l’amministrazione controllata. L’evento ha innescato la settimana più difficile dal 1929, ancora peggiore dei giorni (non troppo remoti) vissuti nel 1987. Indici come il Dow Jones, l’S&P 500, il Mibtel, il Cac, il Dax e l’FTSE che perdono, in pochi giorni, oltre il 30% del loro valore sono il sintomo di una crisi ben più ampia delle aspettative di tutti: il crollo verticale dei listini non è minimamente stato assorbito dal mercato, facendo tornar alla mente il periodo della Grande Depressione. In quei giorni, dopo il fallimento di Lehman, è cambiata l’intera sfera delle grandi banche d’affari americane: il 23 settembre è una data che sarà ricordata per la fine del mondo dorato del Gordon Gekko di Wall Street. Infatti, Goldman Sachs e Morgan Stanley cambiano il loro status, divenendo banche commerciali al fine di aprir i battenti alla clientela retail, ottenendo nuova liquidità. Si apre quindi la pagina dei salvataggi statali, che sarà inevitabilmente portata avanti dal presidente eletto degli Stati Uniti, Barack Obama.

Prima erano state le sorelle dei mutui Fannie & Freddie, poi AIG, poi è giunto il piano che cercava di ottenere il riequilibrio di mercati finanziari sempre più turbolenti. Henry Paulson, segretario al Tesoro statunitense, vara nell’ottobre scorso un piano di recupero degli asset in crisi, inizialmente di 700 miliardi di dollari e successivamente, dopo il passaggio al Congresso, di 850 miliardi. Il Troubled Asset Relief Program (TARP) ha cercato letteralmente di porre una pezza ad una dispersione di liquidità imbarazzante a causa dei numerosi malinvestment nei prodotti legati ai subprime. Ma non basta, dato che la Fed ha introdotto il Term Asset- Backed Securities Loan Facility (TALF), un piano per il sostegno del credito al consumo e delle piccole e medie imprese da oltre 800 miliardi di dollari. Ad entrambi i piani, inoltre, si è unita una politica monetaria americana, condotta da Ben Bernanke, che ha visto una sensibile riduzione del costo del denaro, fino al limite storico raggiunto all’inizio di dicembre con il range dei Fed Funds che varia dallo 0,25% allo 0% a seconda del richiedente, inaugurando la Zero Interest Rate Policy in salsa yankee. Non si deve però dimenticare anche il nuovo fronte della crisi, la voragine creata da Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq, che faceva credere a innumerevoli investitori istituzionali di gestire un hedge fund, quando in realtà bruciava denaro su denaro. Le esposizioni per questa truffa possono sconvolgere i bilanci di banche, SGR e società finanziarie ancora per molto tempo.

Tutto questo sul versante statunitense, a cui ha fatto seguito anche il continente europeo, seppur in modo minore. Fortis, Dexia, Hypo, UniCredit, Société Générale, Santander, Royal Bank of Scotland, UBS: i nomi dei soggetti bancari coinvolti nella crisi sono tanti, come numerose sono state le iniezioni di liquidità della BCE. Va detto che però la politica di Jean-Claude Trichet, numero uno dell’istituzione monetaria con sede a Francoforte, è sembrata più decisa e meno indulgente nei confronti degli operatori finanziari. I tagli ai tassi ci sono stati, in modo netto, ma la sensazione è che si sia utilizzato un metro di giudizio più oggettivo nell’affrontare la faccenda.

Da meramente finanziaria, la crisi è diventata anche economica e non servono gli outlook del Fondo Monetario Internazionale o dell’OCSE per comprenderlo. La situazione delle Big Three (General Motors, Chrysler, Ford) dell’industria automobilistica d’oltreoceano è esemplificativa in tal senso, come anche i 17,4 miliardi di dollari elargiti per salvar milioni di posti di lavoro ed altrettante pensioni. Il passaggio del virus subprime dalle sale operative delle borse di mezzo mondo alla cosiddetta economia reale è stato tanto repentino, quanto sottovalutato. Il sentore comune è che il 2009 sarà un anno difficile, nel quale dovremo fare in conti, è il caso di dirlo, con una delle peggiori crisi economiche di tutti i tempi. La disoccupazione salirà, numerosi altri soggetti scompariranno, il petrolio ballerà ancora (verso l’alto?) e le piazza finanziarie perderanno ancora molti punti, ridimensionando svariati titoli, soprattutto bancari. I subprime colpiranno ancora molto, almeno per tutto il 2009, ma lo spazio per essere ottimisti c’è: da ogni crisi, si esce più forti e con notevoli spunti per il futuro. L’importante è smetterla con l’indulgenza nei confronti dei colpevoli.

 

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