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Dall’Islam alla Cina è la poesia che dà voce agli uomini liberi

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Le donne hanno un ruolo centrale nella poesia islamica di oggi, sono loro che stanno raccontando la guerra che è scoppiata dentro l’Islam, consapevoli di mettere a rischio la propria vita. E’ una ribellione contro l’autoritarismo e il settarismo di matrice etnica e religiosa che affligge tanti paesi islamici. Fadwa Toqan, la più amata delle autrici palestinesi, ha lavorato sulle forme della poesia islamica classica per arricchirla da un punto di vista ritmico, creando un nuovo verso libero chiamato shir al hurr. Un lavoro simile di ammodernamento della lingua lirica l’ha svolto l’irachena Nazik al Mala’ika. Queste poetesse molto spesso sono giovani, poliglotte, viaggiatrici instancabili. Raccontando se stesse, grazie al lavoro di scavo autobiografico, testimoniano la condizione più generale delle donne nel mondo arabo. Come Joumana Haddad, libanese e cristiana, premiata a Dubai dalla Arab Press.

Per l’ortodossia l’idea di riformare la letteratura araba è un’offesa alla tradizione. Nel 1992, in Arabia Saudita, il poeta Sadiq Abd al Karim Milalla venne decapitato per aver dichiarato che l’Islam era una religione falsa, il profeta un ciarlatano e il Corano un’invenzione di Maometto. L’Associated Press ritiene che il numero di poeti iracheni che negli anni Novanta viveva in esilio durante il regime baathista era di qualche centinaio. Adnan al-Saigh è un modernizzatore che crede nelle virtù della poesia in prosa e nella contaminazione tra stili e forme artistiche. Leggiamo questi versi tratti da una raccolta uscita in Svezia nel 1997: “Iraq che trema / Ogni volta che passa un’ombra / Immagino una bocca di fucile / che mi punta / Oppure un labirinto, / Iraq che non abbiamo più / Metà della sua storia / Canzoni e ombretti / Metà dittatura”.

La poesia araba moderna e contemporanea ha avuto le sue voci eccellenti che hanno creduto nel dialogo e in una maggiore apertura verso l’Occidente. Come Adonis, il grande poeta siriano che negli anni Sessanta fonda il gruppo Tammuz, scegliendo il nome di questa antica divinità babilonese per descrivere il rinascimento della cultura araba. Adonis ha viaggiato in Europa, ha vissuto a Parigi dove ha insegnato alla Sorbona, ha creato riviste e pubblicato una mole imponente di versi. Poeti come Adonis hanno scoperto gli elementi di comunanza tra civiltà diverse e i momenti storici di ridefinizione dell’identità. Adonis ha scritto pagine importanti su Rimbaud, ricordando il periodo che il poeta francese trascorse in Arabia Saudita commerciando nella città di Aden. La cultura parigina si ribaltava in quella araba, in una ricerca stilistica ed esistenziale affannosa e all’insegna della sregolatezza. Sono questi gli elementi poetici biunivoci in grado di mescolare le carte della geopolitica.

Durante la Seconda metà del Novecento l’Asia è stato lo scenario di guerre, dittature e repressioni che in parte tendiamo a dimenticare. Il Vietnam non ha solo vissuto una delle più lunghe e atroci guerre combattute dagli Stati Uniti per contenere l’Impero Sovietico, ma ha dovuto sopportare anche una delle peggiori dittature comuniste dell’Estremo Oriente. In gioventù il poeta vietnamita Nguyen Chi Thien aveva creduto all’utopia rivoluzionaria dei Viet Minh ma quando i comunisti presero il potere per lui si aprirono le porte della galera. Ventisette anni di carcere. Con Thien i governi occidentali si sono dimostrati tiepidi, lenti, goffi. Nel 1979, quando cercava di venire via dall’inferno di Saigon, Thien chiese inutilmente asilo e un biglietto d’aereo alle ambasciate inglesi e francesi. Riuscì solo a convincere alcuni diplomatici a portare fuori dal paese i suoi manoscritti. Lo aspettavano le delizie dell’Hanoi Hilton, la peggiore delle prigioni vietcong. Durante la prigionia Thien vinse il Poetry Award di Rotterdam del 1985. Human Rights Watch lo considera un eroe. Alla fine è emigrato negli Stati Uniti.

In Cina dopo Mao c’è stata Tiananmen. Non quella del 1989 che conosciamo tutti: il ragazzo che blocca i carri armati e chissà che fine ha fatto. Quella è la “Seconda Tiananmen”, chiamiamola così. La prima risale al 1976, dopo la morte di Mao, quando la folla decise per la prima volta di riunirsi in piazza e arrivarono i carri armati (il finale è identico, spari, morti e feriti). Alla fine degli anni Settanta tra le mani dei giovani di Pechino circolavano le Poesie di Tiananmen, una serie di canzoni popolari nate sull’onda della rivolta. Le poesie furono giudicate “controrivoluzionarie” ma con le prime, timide aperture di Deng Xiaoping, rientrarono nello standard socialista. A quel punto anche i poeti dell’underground che avevano partecipato alla rivolta cominciarono a uscire dagli scantinati dove si erano rinchiusi.

La storia del comunismo cinese alterna momenti di repressione indiscriminata a fasi di ‘apertura’ e di ‘riforma’. Tra gli anni Settanta e Ottanta i poeti della cosiddetta “letteratura delle ferite” ebbero modo di elaborare il lutto delle purghe maoiste. La rivoluzione culturale era finita e si cercava un modo più realistico (in Italia avremmo detto neorealistico) di raccontare la realtà. Molti poeti vennero riabilitati e poetesse come Chen Jingrong e Zhen Ming furono applaudite dal pubblico e dalla critica.

La Cina vive da anni in un clima di speranza fredda. Il gruppo dei Misty Poets, legato alla rivista Jintian (“Oggi”), negli anni Ottanta si è opposto alle restrizioni imposte dal regime di Pechino. Il poeta Bei Dao ha percorso strade alternative a quelle della poesia ufficiale, più sperimentali e ricche di echi modernisti, approdando a quella che gli avversari definiscono menglong shi, poesia oscura, volutamente incomprensibile. Il massacro di Piazza Tiananmen del 1989 ha fatto ripiombare la Cina nel buio e nella paura. Durante i giorni più duri della repressione, i ragazzi leggono i poemi di Bei Dao sulle barricate (il poeta che aveva partecipato alla rivolta del ’76).

Nel 1997 il gigante comunista stende i suoi artigli su Hong Kong dove viene ammainata la bandiera inglese. I poeti e gli scrittori della metropoli si riuniscono intorno alla radio Voice of Democracy che nello stesso anno viene ammutolita. La rivista Jintian era stata chiusa dalle autorità e per continuare a scrivere i suoi redattori hanno dovuto emigrare in Svezia e poi negli Stati Uniti.C’è qualcosa di tremendamente ripetitivo in queste notizie e si capisce perché chi guarda dall’esterno la cultura cinese parli di “anemia spirituale” e “depressione culturale”. Per i giovani poeti cinesi non resta che spogliare la realtà di ogni bellezza. La natura umana alla fine ne esce piuttosto disumanizzata ma c’è ancora voglia di libertà.                             

 

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