Dare il premio al partito maggiore è un passo verso la stabilità dei governi
23 Agosto 2012
Considerato che la riforma della legge elettorale probabilmente arriverà alla fine in porto, non è forse inutile svolgere alcune osservazioni sul tema, per ricavarne utili indicazioni di giudizio.
I sistemi elettorali si possono rubricare in due grandi tipologie. Quelli che privilegiano la rappresentanza e quelli orientati verso la governabilità. Nel primo caso si cerca di assicurare una presenza in parlamento al maggior numero di sfumature di opinione presenti nell’elettorato; nel secondo si tende a semplificare le correnti di opinione, incoraggiando la loro confluenza su di uno schema binario (conservatori/progressisti).
In Italia, inutile dirlo, occorre privilegiare il secondo aspetto. E occorre farlo ancora di più ove si consideri che, una volta tramontati i grandi partiti di massa che hanno dominato la scena nel lungo dopoguerra, la rappresentanza rischia di sfarinarsi in tanti partiti personali forieri di una irrefrenabile deriva neo trasformista.
I sistemi elettorali selettivi sono molti e numerosi. Lo scopo cui tendono però è sempre lo stesso, creare una maggioranza parlamentare anche se il partito vincitore ha raccolto solo una maggioranza relativa.
In Italia per oltre decennio questo traguardo è stato avvicinato con una legge parzialmente maggioritaria basata sul collegio uninominale. Tuttavia un simile sistema era poco amato dal ceto politico che se le era visto imporre a colpi di referendum. Nel comune sentire della classe politica il collegio uninominale è giudicato troppo rischioso, eccessivamente aperto ai venti dell’opinione, poco prevedibile a meno di non disporre di un collegio sicuro. Ma anche i collegi "monopartitici" vanno diminuendo in presenza di una crescente volatilità dell’elettorato.
Così, appena si è potuto, lo si è liquidato. L’occasione è giunta alla fine fine della XIV legislatura quando, per dare il proprio assenso alla riforma costituzionale messa a punto dal governo di centro destra, l’Udc (il partito portabandiera del centrismo neo trasformista) chiese una pesante libbra di carne: una modifica della legge elettorale in senso proporzionale. Nel giro di pochi giorni, e senza che l’opposizione alzasse le barricate, il collegio uninominale fu abbandonato.
Per garantire la governabilità si fece ricorso al premio di maggioranza, che ha dei precedenti nella legislazione italiana, e che consegue in modo più rozzo lo stesso obiettivo che si ottiene con il doppio turno di collegio francese, il sistema spagnolo o il first past post britannico. Occorre ricordare che se fosse stato possibile approvare la legge così come concepita originariamente (prima delle obiezioni sollevate dal Quirinale), con un premio di maggioranza nazionale anche al Senato, la governabilità sarebbe stata sufficientemente garantita. Per esempio, nel 2006 anche il centro sinistra avrebbe avuto i numeri per governare in entrambi i rami del parlamento pur avendo vinto le elezioni con uno scarto lievissimo (0,04 %).
Il difetto maggiore della legge attuale (il cosiddetto "porcellum") è quello di favorire la logica di coalizione. Il premio di seggi, infatti, è diviso tra i partiti apparentati, garantendo una rendita di posizione a partiti minori, strutturalmente meno interessati alla governabilità.
Adesso si torna a parlare di un premio per assicurare allo schieramento vincitore una maggioranza parlamentare. Il nocciolo politico sistemico della legge elettorale prossima ventura si riduce in sostanza a questo: occorre assegnare il premio di maggioranza al partito più grande della coalizione vincente, o bisogna ripartirlo proporzionalmente tra le varie formazioni che fanno parte dello schieramento che ha prevalso? Nel primo caso (e per quanto il premio sia di modesta o mediocre entità) non solo si dà una spinta verso la governabilità, ma si innesca negli elettori una propensione al voto utile e non identitario, incoraggiando anche lo sfoltimento del formato partitico. Premiando la coalizione si ottiene un effetto opposto, non solo si mina la solidità dei governi, ma si rafforza la tendenza al voto identitario (che l’elettore continua a percepire come utile), assecondando la frammentazione politica e accentuando la tendenza trasformistica.
In sostanza, posto che il premio di maggioranza non è in linea teorica il modo migliore per assicurare la stabilità e l’efficacia dei governi, se prevarrà il premio al partito maggiore e non alla coalizione avremo fatto un piccolo passo avanti nella direzione giusta.
