Darfur. Ucciso dipendente di una Ong canadese

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Darfur. Ucciso dipendente di una Ong canadese

24 Marzo 2009

Un operatore umanitario sudanese dipendente di una ong canadese è stato ucciso oggi in Darfur. Lo ha reso noto il direttore per il Sudan della Fellowship for African Relief, Mark Simmons.

Secondo una prima ricostruzione il dipendente sudanese, Adam Khatir, 39 anni, è stato ucciso nella sua abitazione situata nel villaggio di Kongo Haraza, nell’est del Darfur, alla frontiera con il Ciad, dopo essere caduto in un’imboscata sabato scorso. "Sono 24 anni che operiamo nel Sudan ed è la prima volta che un nostro collaboratore viene assassinato", ha aggiunto Simmons.

L’uccisione del dipendente è solo l’ultimo di una serie di attacchi contro le organizzazioni internazionali che operano nella zona est del Sudan dopo che la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del presidente sudanese Omar al Bashir, accusato di avere orchestrato i crimini di guerra nel Darfur.

Bashir ha reagito al mandato di arresto facendo espellere 13 organizzazioni umanitarie internazionali, accusate "di essere spie della Corte". Da allora, cinque impiegati della sezione belga di Medici senza frontiere sono stati rapiti e tenuti in ostaggio per tre giorni da un gruppo che, secondo le fonti governative, protesta contro il mandato d’arresto nei confronti di Bashir. A questo sono seguiti furti di auto e diverse imboscate.

I ribelli del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza, attivi nella provincia sudanese del Darfour, starebbero preparando un’offensiva militare contro Khartoum. Secondo quanto riporta oggi il giornale egiziano "al-Ahram", i miliziani ribelli si starebbero muovendo lungo la zona di confine con il Ciad.

In particolare sembra che siano stati ammassati miliziani ribelli nella città ciadiana di Adri, che dista pochi chilometri dal confine con il Sudan, dopo che il movimento ha deciso di muovere i suoi uomini presenti nelle zone di Barak e al-Watina, sempre nel Ciad. Va ricordato che solo lo scorso maggio le forze armate sudanesi sono riuscite a fermare un’offensiva dei ribelli del Darfour arrivati fino alla città di Umm Darman, alle porte della capitale.

Il movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza ha infatti reso noto di non voler rispettare gli accordi firmati con il governo sudanese alla luce del mandato di cattura emanato dalla Corte penale internazionale contro il presidente Omar al-Bashir, che è atteso domani al Cairo, in Egitto, per colloqui con il presidente egiziano Hosni Mubarak.

A margine della convulsa giornata il numero due di al-Qaida, Ayman al Zawahri, ha incitato i sudanesi in un messaggio web: "Preparatevi con l’addestramento, l’equipaggiamento, le riserve e l’organizzazione necessaria per una lunga guerriglia, perchè i crociati moderni vi hanno mostrato le proprie zanne" dopo la condanna del presidente Omar al Bashir da parte della Corte penale internazionale

A fare il punto della situazione anche Medici Senza Frontiere. "Programmi medici in stand by ed equipe costrette a ripiegare a Khartoum e dintorni". Dopo il rapimento dei tre operatori umanitari nel Darfur settentrionale, è questa la situazione dei volontari di Msf nella regione a Ovest del Sudan. A descriverla è Kostas Moschochoritis, direttore generale di Msf Italia, oggi a Milano a margine della presentazione della campagna"Tubercolosi: i nuovi volti di una vecchia malattia".

"In questi giorni – spiega Moschochoritis ai giornalisti – stiamo discutendo con le nostre equipe e stiamo valutando la situazione prima di prendere qualsiasi decisione riguardo a un possibile rientro" in Darfur. Giudizio sospeso, dunque, finchè Msf non avrà un chiaro quadro. "Dovremo decidere se continuare o meno la nostra attività e sono decisioni molto serie – prosegue – Se opteremo per restare, dovremo capire come farlo senza far correre rischi ai nostri operatori. Ovviamente ci addolora molto il fatto di aver lasciato il Darfur. Soprattutto perchè, per ora, tutti i nostri programmi medici sono in stand by".

Nella tabella di marcia dell’organizzazione internazionale ci sono adesso "una serie di incontri con i collaboratori locali e con tutti gli attori del territorio per decidere cosa fare", conclude Moschochoritis.