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Non solo "spione"

Datagate, l’ultimo colpo all’Obama degli scandali

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Lo scandalo delle intercettazioni telefoniche rappresenta probabilmente il momento più critico, e forse anche il più basso, del mandato presidenziale di Barack Obama. Quello esploso l’altro ieri costituisce però solo l’ultimo di una serie di episodi che di recente hanno scosso la Casa Bianca. Le accuse di non aver predisposto adeguate misure di sicurezza per il consolato di Bengasi colpito a settembre da un attacco terroristico costato la vita a quattro diplomatici americani nonché di aver nascosto molti aspetti della questione, l’ascolto delle conversazioni dei giornalisti della “Associated Press” ed infine l’uso ai fini politici dell’IRS  per contrastare l’azione dei gruppi conservatori del “Tea Party”, hanno suscitato forti interrogativi non solo sul modo assai nebuloso in cui Obama ha gestito i diversi incartamenti ma soprattutto sul fatto se l’Amministrazione presidenziale abbia agito in maniera legalmente corretta.

Ma è dalle vicenda delle intercettazioni effettuate dalla “National Security Agency” che la Casa Bianca rischia di subire i danni politici maggiori. La motivazione avanzata da Obama è che si tratta di misure concordate con il Congresso nella lotta al terrorismo e che nessun cittadino statunitense è stato intercettato. Ma se da un lato è innegabile come l’azione di contrasto al terrorismo richieda l’adozione di misure che possono essere di tipo restrittivo, dall’altro è pero altrettanto vero che uno Stato di diritto nella sua azione di contrasto non può spingersi oltre un certo limite, a maggior ragione poi se questa è affidata a forze d’intelligence che, proprio per la riservatezza della loro attività, incontrano scarsi sistemi di controllo. Se poi le operazioni vengono condotte dalla NSA, un’agenzia incaricata del controspionaggio elettronico sul cui operato vige da sempre la massima segretezza, risulta evidente come non si può escludere che le intercettazioni possano essere state estese anche a cittadini americani.

Non è un caso quindi che davanti ad un simile contesto un quotidiano generalmente vicino alle posizioni della Casa Bianca come il “New York Times” abbia parlato apertamente di “perdita di credibilità da parte dell’Amministrazione Obama” e che in un commento apparso su “Real Clear Politics” si sia utilizzata l’espressione “Richard Milhous Obama”, evidenziando non solo come il Presidente abbia di fatto usato gli stessi metodi adoperati a suo tempo da Nixon ma che l’atteggiamento della Casa Bianca nei confronti delle testate e dei networks considerati critici verso l’Amministrazione sia stato molto spesso contrassegnato da antipatia, faziosità e comportamenti scorretti. Sul piano interno Obama, che avrebbe dovuto riconciliare il Paese dopo i profondi contrasti registratisi sotto la precedente Amministrazione Repubblicana, al contrario appare oggi invece come uno dei Presidenti più divisivi le cui scelte vengono criticate sia negli ambienti conservatori, come è stato per la contestatissima riforma sanitaria approvata nel 2010, ma anche in quelli più “liberal”, all’interno dei quali Obama viene polemicamente raffigurato come del tutto identico a George W. Bush.

E non meno critico appare il bilancio se si passa ad esaminare la sua politica estera. Quattro anni fa, al momento di insediarsi alla Casa Bianca, Obama affermò che la sua linea diplomatica sarebbe stata improntata al principio delle “mani tese” e del “parlare prima con i nemici”soprattutto allo scopo di  favorire il disgelo tra Stati Uniti e mondo islamico. Oggi, l’immagine degli Stati Uniti presso le popolazioni musulmane è però ad un punto ancora più basso degli anni della presidenza Bush, con la differenza però che in alcuni Paesi, tra i quali l’Egitto e la Tunisia, dopo l’esplodere delle “primavere arabe” sono andati al potere governi il cui orientamento non è certo dei più favorevoli all’occidente. In Medio – Oriente la pace resta tuttora un miraggio, i rapporti con Israele segnati spesso da contrasti ed incomprensioni e l’atteggiamento del regime iraniano, che Obama sperava di condurre verso una linea più collaborativa proprio con la sua politica delle “mani tese”, appare inalterato ed orientato a portare avanti il programma nucleare che tante inquietudini suscita tra la comunità internazionale.

In Asia l’India, che negli anni passati si era avvicinata agli Stati Uniti, appare oggi propensa a perseguire una politica di buoni rapporti con l’Iran e la Cina, la Corea del Nord continua a rimanere un elemento di tensione per tutta la regione mentre nella stessa America Latina appare evidente come gli spazi lasciati liberi dall’indebolimento della “Alleanza Bolivariana” seguita da Chavez rischino di essere occupati da Pechino che proprio in Sud America vede una delle zone in cui più attiva è la sua diplomazia.

Si vedrà nei prossimi giorni quali sviluppi prenderà la vicenda delle intercettazioni, anche se al momento l’ipotesi che si possa avviare una procedura di “Impeachment”contro il Presidente rimane alquanto improbabile. Ma ad appena sette mesi dalla sua rielezione, il secondo mandato di Obama rischia seriamente di deragliare e di venire ricordato più per gli scandali che non per gli ambiziosi programmi di riforma sul qual aveva affermato di voler puntare.

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