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La paralisi di Governo

Dateci un Governo, per pietà

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E così, anche ieri il “decreto aprile” lo abbiamo fatto domani. Quell’inestricabile tomo di centinaia di contorti articoli di legge, e un numero di pagine che moltiplicato per due arriverebbe al migliaio, vede la luce dopo aver già saltato a pié pari il mese nel quale avrebbe dovuto essere varato ed essere arrivato alla metà del mese successivo. Sicché dopo essere diventato “decreto maggio” era stato ribattezzato “decreto rilancio”, ma anche in questo caso le ironie si sono sprecate: stai a vedere che l’hanno chiamato così perché lo rilanciano da un giorno all’altro?
Non vogliamo cedere anche noi alla tentazione della semplificazione di problemi complessi, pratica così congeniale a chi dalla sua torre eburnea osserva quelli che si danno da fare nella mischia di una battaglia senza quartiere. Epperò stavolta anche un cieco non potrebbe non vedere che si è al capolinea. Le numerose e poderose attenuanti che chiunque fosse un minimo in buona fede ha fin qui riconosciuto all’esecutivo (una pandemia inimmaginabile, lo spettro di una crisi economica senza precedenti, uno sconquasso mondiale) si sono esaurite, consumate anche dall’arroganza di voler fare da sé senza però assumersi conseguentemente la responsabilità politica delle proprie scelte e delle proprie non scelte. E adesso il re è nudo.

Queste giornate di passione restituiscono a un’Italia attonita, stanca e sempre più preoccupata per il futuro, l’immagine ulteriore di una nave allo sbando. Il possibile effetto-speranza del nuovo decreto economico non è più neanche un effetto placebo. Le misure, che leggeremo ma che già si sa essere del tutto inadeguate e insufficienti, e annegate nel consueto mare di burocrazia, hanno stentato a uscire dal cilindro non per una sana discussione sul come rimettere in moto un Paese stremato, ma su argomenti lunari o bagattelle brandite come arma di ricatto politico per gli equilibri interni alla maggioranza.
Nelle stesse ore il bando di Invitalia per il recupero delle spese per la sicurezza sanitaria, coperto con appena 50 milioni di euro per tutte le imprese d’Italia, aperto online alle nove del mattino, faceva registrare alle nove e zerouno già domande per 500 milioni e l’ennesimo down informatico. Grazie al supercommissario Arcuri e ai suoi prezzi sovietici le mascherine (ora obbligatorie) sono di nuovo introvabili, e le Regioni, tenute a uno screening in parallelo con le prime riaperture, si sono viste recapitare alla voce “tamponi” una montagna di cotton fioc senza reagenti. Sicché c’è il rischio che con l’avvio dei test sierologici i poveri cristi trovati con qualche anticorpo nel sangue vengano tenuti in isolamento per settimane in attesa di sapere se sono attualmente positivi o magari hanno incrociato il coronavirus mesi fa.

Intanto il 18 si avvicina e l’ineffabile premier, dopo aver rivendicato per settimane la supremazia assoluta dei propri dpcm rispetto alle iniziative delle Regioni disubbidienti e recalcitranti, per il passaggio più importante – le riaperture, appunto – ha detto alle Regioni “fate un po’ come vi pare”, mantenendo tuttavia in capo allo Stato la facoltà di dettare regole di sicurezza sanitaria. Risultato? Sulla carta lunedì prossimo i ristoranti potrebbero riaprire, ma le indiscrezioni che trapelano ci raccontano di protocolli marziani che i poveri ristoratori avranno appena un paio di giorni di tempo per valutare e in caso (ne dubitiamo) attuare. Follia pura.

La sensazione è che il governo in qualche modo sia già svanito. Giuseppe Conte appare come un re travicello e l’esecutivo non va avanti ma neppure cade, tenuto in piedi dalle spinte di vuoti pneumatici contrapposti: la guerra del M5S contro il premier, gli esasperati tatticismi renziani, l’insofferenza del Pd, l’incapacità dell’opposizione di elevarsi dal piano degli slogan per passare a quello di un’assunzione di responsabilità reale.
E’ evidente a tutti che il gabinetto Conte non potrà affrontare un autunno che chiunque abbia dimestichezza con la vita reale sa già che si preannuncia caldissimo. Eppure una via d’uscita è difficile da intravedere. Sui mezzi di informazione si susseguono le veline dai Palazzi che contano, che cercano di blindare Giuseppi facendo sapere ai parlamentari terrorizzati di andare a casa che dopo questo governo ci sarebbero solo le elezioni. Magari fosse! Purtroppo la pistola è scarica, perché c’è una riforma costituzionale (il taglio di deputati e senatori) già approvata e un referendum confermativo già convocato. E nessuno potrebbe mandare l’Italia al voto per eleggere un Parlamento di 945 componenti come se nulla fosse.
Forte di questa consapevolezza, l’opposizione dovrebbe compiere un salto di qualità. Tessere relazioni patriottiche. Abbattere un governo di conclamata inadeguatezza pretendendo una strada di salvezza nazionale. Ma anche su quel fronte grande è la confusione sotto il cielo. E, checché ne dica Mao Tse Tung, nonostante questo la situazione non è affatto eccellente.
Poi c’è il Paese reale. Che è impaurito, intravede lo spettro della povertà, e non merita questo spettacolo indecoroso. Dateci un governo, per pietà.

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