David Cameron dice ‘no’ a Parigi e Berlino: nasce l’Europa a due velocità

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David Cameron dice ‘no’ a Parigi e Berlino: nasce l’Europa a due velocità

09 Dicembre 2011

Doveva essere la due giorni della soluzione, di regole per una più stringente unione fiscale a 27. E’ stato semplicemente un grande flop franco-tedesco, visto che la Gran Bretagna del premier conservatore, David Cameron, si apertamente opposta alla soluzione franco-tedesca di modifica dei trattati.

Un Nicolas Sarkozy stizzito, che ieri si era divertito a far ballare lo spread con frasi del tenore “è l’ultima chance” e ancora “rischio esplosione dell’Europa mai così grande”, e su oltre i 400 punti base Lady spread (tanto per far salire anche la pressione sugli altri paesi), pare si sia duramente scontrato proprio col primo ministro britannico.

Quest’ultimo ha rifiutato, ponendo il veto inglese (e ungherese) alla proposta franco-tedesca di modifica dei trattati dell’Unione Europea – la soluzione preferita da Angela Merkel per ragioni giuridico-politiche interne – in difesa dell’interesse nazionale britannico e dell’industria finanziaria di Londra (a Downing Street non piace la Tobin tax sulle transazione finanziarie che il tandem Merkozy vorrebbero imporre su tutta l’eurozona).

Con l’emergere di questa divisione, di fatto siamo entrati nell’Europa a due velocità. Infatto di fronte al rifiuto inglese alla modifica dei trattati esistenti, la soluzione che si prospetta è la creazione di un nuovo trattato interno all’Unione a 17 – ovvero i paesi appartenenti all’UE che hanno già introdotto l’euro come moneta di corso legale – per la creazione di regole di gestione più stringenti in materia d’elargizione di aiuti europei, in materia fiscale e monetaria.

Come anticipato dalla lettera del tandem Merkel-Sarkozy, con buona probabilità prenderà vita il Mef, il Meccanismo europeo di Stabilità (che assieme al EFSF sarà interamente gestito dalla Bce), una sorta di cabina di regia composta dei ministri dell’economia dell’area euro, dentro la quale si deciderà non più all’unanimità ma con una maggioranza speciale all’85% del capitale sottoscritto nella Banca Centrale europea (Francia e Germania da sole ne posseggono più del 30%).

Parte della stampa britannica ha descritto il veto britannico come una mossa che avrebbe isolato la Gran Bretagna rispetto al resto d’Europa. Il leader dell’opposizione laburista, David Milliband, ha attaccato Cameron proprio su questo aspetto parlando di “mancanza di influenza” in Europa.

E’ chiaro che l’Inghilterra, guidata da un governo di coalizione tory-libdem, messa di fronte a una fase in cui l’euro appare sull’orlo del collasso, non intende legarsi mani e piedi a un progetto che rischia di andare a fondo per ragioni strutturali, al di là di una revisione dei trattati o meno.

Andato in conferenza stampa dopo il tour-de-force notturno, Cameron ha difeso il suo veto. “Ciò che è uscito” dal summit Ue “non era nell’interesse della Gran Bretagna, quindi non l’ho accettato”. Il premier ha poi aggiunto che devono essere tutelati “interessi britannici in ambito UE” come il libero scambio e l’apertura dei mercati.

Gli ha fatto eco il ministro degli esteri britannico, William Hague, il quale ha giustificato il veto di Londra come figlio della difesa degli “interessi nazionali”  e non di “euroscetticismo”.