David Myatt, breve storia di un neonazista convertito all’Islam

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David Myatt, breve storia di un neonazista convertito all’Islam

02 Dicembre 2009

C’è un nome, scorrendo le prime pagine del libro scritto da Alexander Del Valle ed edito da Lindau, che mette i brividi solo a pronunciarlo. Un nome che incarna alla perfezione la tesi sostenuta dall’autore: oggi l’Occidente si trova sotto il triplice attacco di gruppi (totalitari) che odiano i nostri valori e la nostra civiltà e combatteranno fino all’ultimo per distruggerla. "Verdi, rossi e neri". Islamisti, comunisti e neonazisti. Il nome in questione è quello di David Myatt.

Dalla fine degli anni Sessanta, il giovane Myatt vive a Londra dove ha creato il gruppo neonazi “Combat 18”, divenuto negli anni Novanta il servizio d’ordine del Fronte Nazionale (il numero 18 indica le iniziali di Adolf Hitler). Il Myatt pre-11 Settembre è un razzista fanatico che scrive libelli come “Guida pratica alla Rivoluzione ariana” in cui predica l’odio contro africani, giudei e omosessuali, trovando giovani adepti dalle menti bacate pronti a seguirlo passando all’azione e seminando bombe e terrore per le strade della capitale inglese.

Myatt è affascinato dal satanismo e dal paganesimo ma sta cercando una nuova fede. Ovviamente considera l’Olocausto “una menzogna” e nel ’98 resta folgorato sulla via dell’islamismo radicale. Si converte e prende il nome di Abdul Aziz. “Non ci sarà né rivolta, né rivoluzione, in nessun paese occidentale, da parte di nazionalisti o nazionalsocialisti, perché difettano del desiderio, della motivazione e dell’ethos per farlo, perché capiscono di non avere il sostegno della maggioranza della propria gente”, ammette rivolgendosi ai suoi ex camerati. “Il Jihad – invece – è la vera religione marziale”. Una buona alternativa al “disonore, l’arroganza e il materialismo” dell’Occidente democratico e succube degli ebrei. I siti islamisti lo descrivono come “un sant’uomo”.

Il caso (umano) Myatt è decisivo per comprendere com’è avvenuta la saldatura degli “iperantioccidentalismi” di cui parla Del Valle. Possiamo inserire il libro di Lindau in quella costellazione di autori che va da Buruma e Margalit al canadese Mark Steyn, passando per Daniel Pipes – un gruppo di intellettuali convinti che “Il fondamentalismo islamico attirerà i violenti, gli squilibrati, gli antisemiti, in una infinita Notte di Valpurga dell’irrazionalità”, come ha scritto Steyn nel saggio America Alone. Myatt è uno di questi lucidi assatanati che hanno ritrovato le proprie origini culturali, il romanticismo europeo più cupo e oscurantista, in una visione distorta dell’Islam.