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Davigo replica a Renzi: “Indagati non colpevoli? Sì, ma anche condannati che sono deputati”

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Il clima tra governo e magistrati è teso. Subito dopo l'inchiesta Tempa Rossa, che ha portato alle dimissioni della ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, il premier Renzi ha lanciato un "j'acuse" che al Senato ieri durante la discussione delle due mozioni di sfiducia al governo dei 5Stelle e del centrodestra, è stato duro. I media non hanno perso l’occasione ghiotta di soffiare sotto la fiamma della polemica. E così Davigo, presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), ha avuto l’opportunità di dire la sua. Nelle interviste al Fatto Quotidiano, di oggi e alla trasmissione Di Martedì ieri sera, si è lasciato ad andare a tutta una serie di dichiarazioni attorno ad alcuni temi centrali della giustizia e dei rapporti tra politica e magistratura.

A proposito della presunzione d’innocenza.  “La presunzione d’innocenza è un fatto interno al processo, non c’entra nulla coi rapporti sociali e politici. Se il mio vicino di casa è rinviato a giudizio per pedofilia, io mia figlia di sei anni non gliel’affido quando vado a fare la spesa. Poi, se verrà scagionato, si vedrà. Nessuno viene messo dentro per farlo parlare. Viene messo fuori se parla, che è una cosa diversa”. Per poi soffermarsi su intercettazioni e stampa. Dice di non vedere alcun tipo di necessità di una riforma che imponga ai magistrati di espungere dagli atti le intercettazioni penalmente irrilevanti: “Bastano e avanzano le norme sulla diffamazione e sulla privacy. (…) Quando un giornalista pubblica notizie anche penalmente irrilevanti, ma moralmente importanti, su personaggi pubblici, non può essere punito.”

Prova ad essere più intransigente sulla polemica, ora, nell’occhio del ciclone a proposito dei rapporti tra magistratura e politica. “Se le persone coinvolte in base a prove e indizi che dovrebbero indurre la politica e le istituzioni a rimuoverle in base a un giudizio non penale, ma morale o di opportunità, vengono lasciate o ricandidate o rinominate, è inevitabile che i processi abbiano effetti politici”.

E conclude con un’ultima stoccata: “Si dice aspettiamo le sentenze: ma il più delle volte le sentenze verranno pronunciate sulla base di elementi che sono già noti all’inizio, per esempio il contenuto delle intercettazioni o documenti sequestrati. Cosa impedisce alla politica di fare un’autonomia valutazione? Certamente ci sono state persone che sono state dipinte dai mezzi d’informazione come colpevoli quando non lo erano, ma in compenso ci sono state persone condannate con sentenza irrevocabile che hanno fatto per cinque anni il deputato. Processiamo gente abbarbicata alla poltrona, che nessuno si sogna di mandare a casa malgrado condotte gravissime”. “Collaborare con la politica? Noi magistrati facciamo un mestiere diverso: se prendiamo un politico che ruba, dobbiamo processarlo. Non collaborare”.

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