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«Hamas è un movimento fondamentalista che certamente ha, insieme ad altri gruppi, responsabilità precise nell'escalation sanguinosa, di tipo militare e terroristico, registrata dalla resistenza contro l'occupazione israeliana».

Non sappiamo quanto ci abbiano messo D'Alema e il suo staff ad escogitare una simile definizione di Hamas. Ma di certo il risultato è disastroso. Il "wording" di quella definizione farebbe impallidire anche il più cinico e smaliziato funzionario dell'Onu, dove l'arte del compromesso verbale giunge ai suoi vertici.

L'Unione Europea non ha da tempo più dubbi nel definire Hamas una "organizzazione terroristica" ed è fatto divieto ai cittadini europei di offrire contributi a quel gruppo. D'altronde i suoi record in fatto di attentati contro civili israeliani non lasciano adito a dubbi.

Massimo D'Alema ha volutamente girato attorno alla definizione di organizzazione terroristica per sostenere la necessità di una trattativa con il nuovo governo palestinese. Il motivo, secondo l'ex presidente del Consiglio e presidente della Camera in pectore per la coalizione di centro-sinistra, è che «occorre capire le ragioni dell'odio dei palestinesi ed evitare ritorsioni».

Stati Uniti e l'Unione Europea sono stati molto chiari in proposito: per trattare con Hamas e continuare a garantire l'enorme flusso di aiuti finanziari verso le casse dell'Autorità Palestinese, occorre che i nuovi leader accettino di rinunciare alla violenza e al terrorismo e riconoscano il diritto di Israele ad esistere.

Il portavoce di Hamas, Ismail Haniya ha definito queste condizioni «ingiuste e umilianti».

D'Alema avrebbe certamente trovato un modo più tortuoso per lasciare ancora nel dubbio le vere intenzioni di Hamas.

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