Del Turco è ancora in carcere, anche se nessuno se ne ricorda
05 Agosto 2008
Da tre settimane Ottaviano Del Turco è rinchiuso nella Casa di reclusione (così si chiama il carcere di massima sicurezza) di Sulmona. Chi scrive, avvalendosi delle sue prerogative di parlamentare, gli ha fatto visita. Gli ha parlato in cella, in presenza del direttore del carcere, il capo degli agenti e ben tre guardie carcerarie, mentre una quarta soggiornava in permanenza davanti alle sbarre perché Del Turco deve essere vigilato (i motivi sono purtroppo evidenti) per tutte le 24 ore della giornata.
Le condizioni non sono certo confortevoli. La cella misura tre metri per due; vi è uno stanzino aperto con i servizi igienici, in alto sull’ingresso un piccolo schermo televisivo, poi una mensolina appoggiata al muro dove – immagino – il detenuto consumi i pasti. Il letto sembra quello di un bambino quando dismette la culla ed è assolutamente sproporzionato per le dimensioni di un omone come Ottaviano. Ciononostante Del Turco è trattato con rispetto dal personale di custodia (tanto che ho voluto mandare una lettera di ringraziamento al direttore che è un ottimo funzionario impegnato a combattere lungo una frontiera delicatissima), tanto da chiedere di non prestarsi al luogo comune del "carcere maledetto o dei suicidi".
Nel breve incontro, Ottaviano ha voluto fornire una immagine serena di sé; ha dialogato, fatto battute, si è informato di noi (era con me l’on. Lella Golfo, anch’essa ex socialista del PdL) e del nostro lavoro; ovviamente non ha potuto svolgere alcun ragionamento sulle vicende riguardanti il procedimento in corso. Al primo accenno, lo ha richiamato cortesemente il direttore. Del caso Del Turco non si parla più. I pm lo hanno tenuto in isolamento per alcuni giorni, mentre davano libero sfogo ad un’intensa campagna mediatica con l’obiettivo di demolirne l’immagine pubblica; poi sulla vicenda è calato il silenzio. Il gip ha respinto la richiesta di scarcerazione precisando che la detenzione si protrarrà almeno fino al 14 agosto. Sembra evidente che gli inquirenti non hanno trovato elementi sufficienti a sostenere le incriminazioni e che lo tengono in carcere (usando le tecniche dei primi anni novanta del pool di Milano) con la speranza che crolli e "confessi".
Del Turco ha 65 anni, soffre di diabete. Ma prima ancora delle condizioni fisiche sono quelle psicologiche e morali a pesare. Ottaviano è stato un’importante sindacalista, poi a lungo deputato e senatore, ministro, parlamentare europeo, prima di essere eletto governatore dell’Abruzzo. Chiunque lo abbia conosciuto non riesce a credere che possa aver compiuto gli atti di cui lo si accusa. Tutto lascia credere che si tratti di un nuovo caso Tortora, di un’inchiesta che si tiene in piedi soltanto grazie alle clamorose inconsistenze ed assurdità di cui è pervasa. In tale contesto, è insopportabile per gli amici e per quanti lo conobbero e continuano a stimarlo, non credendo alla sua colpevolezza, che il Pd lo abbia completamente abbandonato.
A Del Turco sono state rivolte soltanto espressioni di solidarietà sul piano umano da parte di alcuni esponenti del suo partito, nello stesso momento in cui Antonio Di Pietro definiva sprezzantemente "pizzini" tali espressioni. Eppure negli stessi giorni in cui l’ex governatore consumava la sua tragedia la Camera rivolgeva (giustamente) una vera e propria ovazione a Piero Fassino chiamato in causa nell’affare Telecom (altra vicenda assurda). Non a caso l’Unità, dopo l’arresto, non si era fatta scrupolo di definire come "socialista" Ottaviano Del Turco. Anche in questo caso il Pd conferma di essere un partito eterodiretto dai pm, nonché prigioniero di una base largamente forcaiola. Basterebbe leggere le mail grondanti di odio e di insulti che il sottoscritto riceve da quando ha deciso di difendere l’onore di un caro amico.
Nella ormai lunga vita chi scrive ha avuto due grandi amici. Uno, Marco Biagi, lo hanno ammazzato le Brigate rosse. L’altro, Ottaviano Del Turco, lo hanno disonorato (per un uomo politico l’onore è tutto) alla fine di una brillante carriera al servizio dei lavoratori e delle Istituzioni. A volte mi chiedo se non ci sia un filo rosso tra queste vicende apparentemente diverse.
