Delocalizzare certe produzioni è l’unico modo per essere competitivi

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Delocalizzare certe produzioni è l’unico modo per essere competitivi

20 Aprile 2009

 

Il terremoto in Abruzzo è senza dubbio un altro grave colpo inferto ad un Paese in grande difficoltà. La crisi internazionale non è affatto superata. Presto, anche da noi, dopo che saranno trascorsi questi primi mesi di caotica incertezza, diventerà inevitabile affrontare problemi importanti di ristrutturazione e riconversione produttiva con inevitabili conseguenze sui livelli di occupazione: conseguenze sicuramente gestibili, ma serie. Tali processi dovranno essere gestiti insieme ai sindacati, ma non si potrà contare su di una linea di condotta responsabile da parte di tutte le grandi confederazioni.

Il Paese, fino ad ora, ha compreso le difficoltà della situazione ed ha apprezzato l’azione del Governo, che ha saputo reggere – grazie alla capacità comunicativa di Silvio Berlusconi – persino una prova devastante come il terremoto. Basti pensare a quali sarebbero state le reazioni dell’opinione pubblica se l’emergenza fosse stata gestita "all’italiana", dando dimostrazione cioè – al cospetto dei media di tutto il mondo – delle solite inefficienze, degli sprechi e dei ritardi.

Invece, persino i più esasperati avvoltoi dell’opposizione sono stati zittiti a furor di popolo, insieme ai loro squallidi cantori. Si avvicina, però, il momento della svolta: di capire, cioè, se la ricostruzione dell’Abruzzo può diventare un’opportunità per tutto il Paese, anche sul versante della ripresa dell’economia. Oppure se è destinato a rimanere un problema in più. Investire nella ricostruzione e farne un volano economico è la sola possibilità che abbiamo, dal momento che le risorse sono quelle che sono e non possono essere moltiplicate. Sono discorsi, questi, che è molto facile e suggestivo fare, mentre è assai più arduo vederli realizzati, anche solo in parte. Avvertiamo, però, la presenza di energie positive che non sono state travolte dagli eventi degli ultimi mesi e che sono pronte a reagire, lasciandosi alle spalle le tiritere da ‘Mille non più Mille’ tanto care alla Sinistra, la quale ha il vezzo di conferire un’intonazione epocale persino alle riunioni di condominio.

Nelle fasi complicate, poi, è utile stendere al vento una bandiera nella quale riconoscersi. Questa volta non si tratta della Nazionale di calcio e neppure delle vittorie della Ferrari, ma di un "made in Italy" ben più corposo: la nuova Fiat.

Non sono trascorsi molti anni da quando la Fiat era considerata un’azienda con le ore contate. La dinastia degli Agnelli se ne era andata senza lasciare eredi. Il gruppo torinese era finito nelle mani dei manager, ma stentava a risollevarsi. Nei talk show mute vocianti di sindacalisti, arroganti quanto impotenti, infierivano sulla crisi con l’obiettivo, spesso reso esplicito, di nazionalizzare l’industria dell’auto. Anche il più scalcinato capolegha di Mirafiori, intervistato dal cronista di un bollettino parrocchiale, si sentiva autorizzato ad irridere ai "nuovi prodotti" che la Fiat intendeva immettere sul mercato, perché ritenuti troppo simili ai vecchi. Decine di analisti di politiche industriali (gli stessi che adesso non sono in grado di spiegarne i buoni risultati) erano pronti a commentare i tanti errori dell’azienda. Ebbene, se di nuovo l’industria dell’auto statunitense (quella che negli anni ’80 Ronald Reagan salvò dall’aggressione giapponese) avrà un futuro, sarà in larga misura merito del ruolo giocato dalla Fiat. L’Amministrazione Usa vede di buon occhio la joint venture tra il gruppo di Torino e la Chrysler ed intende affidare a Sergio Marchionne (l’uomo della Provvidenza?) un compito primario nella governance della nuova corporation. Per portare a termine l’operazione si è in attesa della conclusione del confronto con le organizzazioni sindacali d’Oltreatlantico a cui è stata richiesta una riduzione del costo del lavoro in cambio di una maggiore quota di azioni detenute dai lavoratori, allo scopo di cointeressarli al buon esito dell’affare (immaginate le proteste che ci sarebbero in Italia se venisse avanzata una proposta simile ad Epifani!).

Perché la Fiat? Si chiedono in tanti. Pare che la scelta di Barack Obama sia stata dettata da un altro fatto di grande rilievo: la Fiat è, al mondo, una delle imprese più qualificate nella ricerca e nella costruzione dell’auto pulita (che è poi un elemento essenziale della strategia ecologista di Obama). Ed è un’impresa multinazionale dislocata in diverse parti del mondo, in grado quindi di allocare la produzione secondo standard di convenienza e di competitività.

Così finalmente capiranno anche in Italia che delocalizzare in Polonia alcune produzioni è l’unica maniera possibile per rendere competitivi anche i prodotti rimasti in Italia. I Paesi che hanno difeso, anche nell’industria dell’auto, i "campioni nazionali", contrastandone la delocalizzazione, sono lì ad osservare le operazioni di Sergio Marchionne con il classico palmo di naso.