Detesto il doposbornia paranoico! Sembro mia madre
06 Agosto 2009
Guardo l’ora. Le 15 e 42. Questo vuol dire che sono passati solo tre minuti dall’ultima volta che ho posato lo sguardo sull’orologio a cucù color “arancione anni ’70”, dietro la mia scrivania.
Oggi non mi passa più. Fa caldissimo e ieri sera devo aver esagerato coi Campari e soda.
E con l’Arneis.
E col mojito.
Ammazza, non sono una donna, sono uno scaricatore di porto. Di quelli dei film, però: esagerati.
Cambio cd e metto su Vinicio Capossela. Mi sembra affine al mio stato fisico e mentale.
Mi ha fatto piacere vedere Marta e Giovanni ieri, anche se mi hanno un po’ destabilizzata.
Non capisco a che punto siano arrivati. Cioè: hanno passeggiato un po’ mano nella mano, come me e Mario, si sono scambiati un paio di bacini, come me e Mario, e poi hanno flirtato entrambi con altre persone. Lei col barista che ci preparava i mojito, lui con una tedesca seduta al tavolo di fianco al nostro. E questo io e Mario non l’abbiamo fatto. Spero.
No, Mario non me lo farebbe mai. E poi io sono un autovelox su ‘ste robe: precisa e incarognita.
Me ne sarei accorta.
Ma no, cosa vado a pensare?, il mio cicciopasticcio non ci provava con nessuna nemmeno quando era single, perché dovrebbe farlo adesso che sta con me ed è felice?
Oddio, e se invece ne sentisse il bisogno? Se non fosse così felice? Se sentisse la necessità di evadere un pochino, di sentirsi desiderabile anche per altre persone? Magari lo faccio vivere troppo ingabbiato. Sempre io e lui, lui e io…
Si stancherà di me e mi lascerà?
Detesto il doposbornia paranoico! Sembro mia madre. Solo che lei è così di default, anche senza bere. Vive perennemente a braccetto con i “se” e con i “ma”… quindi vive poco, se la gode ancora meno ed è sempre preoccupata per le cose brutte che potrebbero accadere.
Mi rattristo.
La porta del negozio si apre, smetto di pensare e alzo lo sguardo. Entra Genia.
Non mi saluta neanche. Prende due ciliegie vere, fa qualche passo verso il centro del negozio e si ferma. Immobile e attenta. Sta così per qualche secondo, senza dire niente.
Poi fa una faccia estasiata, come se le fosse apparsa la Madonna, con il dito indice indica in alto e inizia a battere le mani, completamente fuori tempo rispetto a: “E allora mambo”, la canzone di Vinicio che sta gonfiando l’aria in questo momento. Da come se la ride, deve piacerle molto.
Genia (vero nome: Eugenia) è una ragazza down che abita con i genitori a pochi passi dal mio negozio. Potrebbe avere la mia età, dieci anni in meno o dieci in più.
Ogni tanto mi passa a trovare, mi racconta le news sul suo gatto Filippo Maria, sul suo fidanzatino Tito (non ho mai capito se vero o immaginario), si prova qualche vestito, mi chiede di farle fare la sfilata. Se non sono troppo di corsa l’accontento volentieri. La vesto di tutto punto e poi la presento come “la Claudia Schiffer” di Roma nord. Lei esce dal camerino manco fosse Greta Garbo e cammina per la stanza.
Si diverte molto. E io con lei.
Ora smette di ballare, mangia le due ciliegie che aveva preso entrando, si avvicina alla scrivania azzurra e sputa i noccioli nel posacenere. Nessun imbarazzo per Genia.
Le sorrido. “Come sta Filippo Maria?”
“Bene. E’ grasso come Mario.”
Esplodo in una sonora risata. Touché.
“Scolta, ce li hai i vestiti belli per i matrimoni?”
“Beh, sì… qualcosa di un po’ elegantino ce l’ho. Devi andare a un matrimonio?”, le chiedo mentre inizio a tirar giù dagli appendini qualche abito e qualche coprispalla.
Mi fa sì con la testa.
“Che bello! Io adoro i matrimoni! E chi si sposa?”
“Io”.
