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Ricordare l'assassinio brigatista del giuslavorista

Dieci anni senza Marco Biagi

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Oggi ricordiamo Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle Nuove Brigate Rosse undici anni fa. Biagi aveva compreso che il mercato del lavoro in Italia si era completamente rivoluzionato e che occorreva un approccio multidisciplinare per affrontare il cambiamento in atto.

Era la base di quel Patto del Lavoro siglato nel 2000 per cui attraverso si sarebbe conciliata offerta e richiesta di lavoro sulla base delle reali esigenze del mercato. Ed era anche il momento in cui Biagi finiva nel mirino dell'eversione rossa. Sei proiettili, morto tra le braccia dei paramedici, colpito mentre tornava a casa in biciclette.

Il ministro Cancellieri ha definito Biagi un "eroe del nostro tempo", parlando di "leggi più moderne" introdotte grazie a lui nel nostro Paese. Toni ben diversi da quelli che possiamo leggere nel Manifesto degli M5S dove si dice che la Legge Biagi va abolita e sostituita dal reddito di cittadinanza (1.000 euro al mese per tre anni ai disoccupati) e dalla settimana lavorativa di 36 ore.

Del resto il leader del nuovo Movimento che sta facendo sognare gli italiani ha sempre avuto una idea precisa del lavoro flessibile, che a nostro avviso resta l'unico orizzonte di riferimento in un contesto dove tempo di lavoro, salario, produttività, sono concetti totalmente cambiati rispetto al passato.

E invece già nel 2007, Beppe Grillo aveva pubblicato il suo "Schiavi moderni", dove la Legge Biagi veniva identificata con il precariato, "moderno schiavismo". Grillo parlava già di lavoratori "transbiagici, una sottospecie di schiavi. Meno tutelati degli schiavi sudisti, trasformati in merce a basso costo, con i call center come istituti di pena". Non molto diverso da quello che pensano ambienti dell'estremismo sindacale e dall'antagonismo orfani dell'operaismo.

Oggi il Presidente della Repubblica non sembra molto bendisposto verso Grillo e l'antieuropeismo dei 5 Stelle, ha bacchettato le forze politiche che usano toni e urla populiste. Ma in quel 2007 il suo consigliere per la stampa inviava un biglietto di ringraziamento a Grillo per la copia di "Schiavi moderni" inviata al Capo dello Stato.
 

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1 COMMENT

  1. possibili effetti numerici di riduzione delle tutele del lavoro
    Essere assassinati per le proprie idee e’ una profonda ingiustizia.
    Premesso quanto sopra, la flessibilita’ nelle sue varie
    forme si dimostrata illusoria.
    Voi irridete il contenuto di “Schiavi moderni”, ma avete provato a confrontare {in modo quantitativo} l’effetto della Legge 30 sul tasso di occupazione giovanile? Dalla sua entrata in vigore e’ diminuito o cresciuto?
    Purtroppo è cresciuto, e cio’ nelle discipline empiriche porterebbe al rigetto dell’ipotesi. Al più ad ammettere la sua totale inefficacia.
    Non possiamo sapere cosa ne penserebbe oggi il Prof. Biagi.
    Ma quando proponeva la sua riforma, mi sembra di ricordare, diceva soprattutto, proviamola, vediamo se funziona. Aveva insomma un atteggiamento da “scienziato” e non da credente in una specie di religione.
    BTW, il povero Prof. Biagi, cui, ribadisco, va tutto il mio rispetto e la mia stima, come riferite nella prima riga era un giuslavorista e non un economista. Nell’ottica dell’approccio multisciplinare, cosa hanno misurato gli economisti [di diverse scuole di pensiero] cercando correlazioni tra tra flessibilità del lavoro e disoccupazione?

    […] Su tredici ricerche realizzate sugli stock, nove di esse danno risultati indeterminati, tre segnalano che la maggior flessibilità del lavoro riduce l’occupazione e aumenta la disoccupazione, e una soltanto segnala che la flessibilità riduce la disoccupazione (cfr. T. Boeri and J. van Ours, The economics of imperfect labor markets, Princeton University Press 2008). La tesi prevalente, secondo cui la flessibilità aumenterebbe i posti di lavoro, non sembra dunque trovare riscontri empirici convincenti. Ma c’è di più: anche Blanchard, dopo un’accurata disamina dei principali lavori empirici sul tema, giunge a una conclusione secca: «le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi» (O. Blanchard, “European unemployment: the evolution of facts and ideas”, Economic policy 2006). Lo stesso Blanchard dunque riconosce che i dati non confermano le tesi sul nesso tra maggiore flessibilità e minore disoccupazione che potrebbero trarsi dal suo modello […]
    Citazione da:
    http://www.emilianobrancaccio.it/2012/02/03/la-maggiore-precarieta-non-riduce-la-disoccupazione

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