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Dietro alle Papi girls ci sono i D’Alema boys

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II dito indica gli appalti, la grancassa di sinistra si concentra sulla patonza. Gianpaolo Tarantini fin lì poteva arrivare, fino al tentativo di imbonire un as­sessore di Vendola o il premier, sfruttando le rispetti­ve debolezze. Tutto il resto lo hanno sempre fatto gli esponenti del Partito democratico suoi sodali: la fa­miglia del senatore Pd Alberto Tedesco, con cui Giampi fa affari nel ramo protesi tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila; più di recente - ed è la notizia di oggi - manager e imprenditori pugliesi fedelissimi di D'Alema, che lo usano per arrivare a Berlusconi e tramite lui ottenere appalti milionari.

È rosso il filo che lega la prima inchiesta barese del Tarantini-gate e gli sviluppi di cui all'inchiesta con­clusa la scorsa settimana: il fascicolo aperto nel 2001 dal pm Roberto Rossi (oggi membro del Csm) si are­na all'indomani di una informativa datata2004 in cui i carabinieri scrivono: “Sembra come se Giampaolo stia accennando a una tangente che sarebbe costret­to a versare al medico/operatore chirurgico pari al 20% della somma che gli viene poi liquidata dall'Azienda sanitaria locale committente, somma che lui anticipa decurtandola dalle sue provvigioni”. La telefonata è tra Tarantini e il ragioniere dei Tedesco. La polizia giudiziaria suggerisce di indagare, il pm tiene tutto nel cassetto fino al 2009 quando Ta­rantini appare sulla scena nazionale non come il presunto tangentista che fa affari a sinistra, ma l'uomo che ha portato Patrizia D'Addario a Palazzo Grazioli.

Da lì ha origine anche l'inchiesta chiusa pochi giorni fa: il pm Giuseppe Scelsi che la avvia si concen­tra sulla prostituzione e il suo favoreggiamento. Poi arriva il nuovo procuratore, Antonio Laudati, gli af­fianca due colleghi tra quelli meno attratti dalle tele­camere, Eugenia Pontassuglia della Dda e Ciro Angelillis, e blocca il patteggiamento omnium che Scelsi aveva avallato per chiudere tutto alla svelta. Decide insomma di vederci chiaro. E intanto arresta l'ex re delle protesi.

Perdere decine di mesi per sbobinare centomila telefonate non ha senso: meglio concentrarsi su quelle che appaiono rile­vanti sotto il profilo pe­nale. E così in pochi mesi emerge sì lo sfruttamento della prostituzione,ma in quanto tangente umana per ottenere appalti. E chi sono i soci di Giampi? Quelli di sempre, di sinistra, del Pd. Per gli inquirenti il quadro è chiaro, e lo mettono nero su bianco: c'è il socio di D'Alema “Roberto De Santis, colui che, nonostante l'affiliazione a uno schieramento politico opposto a quello di Berlusco­ni, era quello che aveva guidato Giampaolo per trarre il maggiore profitto dall'amicizia con il presidente” Berlusconi; ci sono altri tre intimi di Baffino, gli im­prenditori Cosimo Catalano e Enrico Intini e l'avvo­cato d'affari Totò Castellaneta; c'è la Protezione civile da mungere e Finmeccanica dalla quale farsi affidare appalti milionari senza gara. Roberto, già compro­prietario dello yacht dalemiano Ikarus, manco a dirlo è il più scafato: scrivono i pm che “Giampaolo andò da Roberto a dire: "Non è che vi arrabbiate se mi ve­dete con il presidente?". E Roberto gli disse: "Perché ci dobbiamo arrabbiare?"”. Il piano era già conge­gnato: “Roberto pensa solo ai soldi” e Berlusconi “lo dobbiamo sfruttare, è una cosa da sfruttare”.

Altro che ritardi, che il Csm sta valutando di conte­stare alla Procura di Bari: prima di Laudati qui era un porto delle nebbie quando si incappava in figuri sini­stri. Ora c'è una inchiesta già chiusa e una corposa nata per gemmazione: l'ipotesi di reato è associazio­ne per delinquere finalizzata alla turbativa d'asta.

Si parte da un incontro del 21 gennaio 2009 nell'Hotel De Russie di Roma in cui si parla di un ap­palto da 55 milioni da spartire tra correnti pugliesi del Pd, tutti amici di Giampi. Ci sono Catalano e Intini. Da lì il cerchio si allarga anche grazie a un colpo di for­tuna: in casa di Tarantini c'è un suo curriculum, dove l'ingenuo “ragazzo senza morale” (detto da sua mo­glie) annota una decina di incarichi con società colle­gate a Finmeccanica. Nel fascicolo finiscono i nomi di Rino Metrangolo, Domenico Lunanuova, Pier-francesco Guarguaglini, Lorenzo Borgogni, di tre im­prese della holding di piazza Montegrappa, Sei Proc, Seicos e Ssi, e di aziende dei dalemiani pugliesi.

Sono molti gli appalti su cui la Procura ha deciso di andare a fondo: un gasdotto Italia-Albania e almeno altri dodici affidamenti (valore 51 milioni di euro) che dovevano essere pilotati società del gruppo Finmec­canica. La sensazione è che si è soltanto agli inizi. C'e­ra anche il terremoto dell'Aquila nel mirino dei sodali di Tarantini, e il copione è quello già visto con Fran­cesco Piscitelli, l'imprenditore finito nell'inchiesta sui Grandi eventi: che “culo, tra virgolette – chiosa Lunanuova - là è successo il terremoto e hanno bisogno di questa cosa”.

(Tratto da Libero)

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