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Cosa si muove all'ombra del Carroccio

Dietro la lite Maroni-Bossi c’è anche il nodo sulla futura leadership della Lega

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Dietro il botta e risposta tra Maroni e Bossi sulla sicurezza c’è altro.  Non solo un gioco delle parti su un problema oggettivo – i soldi che servono al comparto - in cui il vero destinatario del messaggio è Tremonti, sollecitato proprio dal partito che finora ha fatto più quadrato attorno a lui, ad allentare i cordoni della borsa. C’è anche il tentativo di piantare sul terreno padano piccoli tasselli per il futuro. Cioé per il dopo-Bossi.

E la partita Pdl-Lega sulle regionali può rappresentare l’occasione giusta per cominciare, lentamente, a seminare.  Sembra lo abbiano compreso bene  alcuni big storici del Carroccio e tra questi Maroni e Calderoli che giocherebbero la loro partita in una legittima competizione anche su una prospettiva di lungo periodo. La lettura corre nelle file del centrodestra dove si ricorda come non sia la prima volta che dal 2001 ad oggi il ministro dell’Interno abbia alzato i toni e rotto le righe del solco tracciato dal Senatur, o ancora come il ministro per la Semplificazione da tempo abbia abbandonato il profilo più prettamente movimentista per vestire i panni istituzionali del politico del dialogo e della mediazione.

Dopo la minaccia di votare con l’opposizione se non arriveranno risorse adeguate per la sicurezza e la reprimenda del Senatur (“Maroni l’ho allevato io e fa quello che dice la Lega”), il ministro dell’Interno ha parlato con Bossi e Tremonti chiarendo che “è tutto a posto" e che le richieste sui soldi per mezzi e uomini verranno "esaminate con attenzione dal governo" perché "sono necessità e non vezzi”. A chiudere il contenzioso è arrivata ieri la rassicurazione dello stesso Tremonti, disponibile a venire incontro alle necessità dei vari ministri con i proventi che entreranno nelle casse dello Stato dallo scudo fiscale e dall’evasione. Una risposta più o meno diretta alla missiva indirizzata giusto due settimane fa a Palazzo Chigi da parte di quattro ministeri (Interno, Difesa, Giustizia e Agricoltura )  desiderosi di fondi utili per far fronte perfino alle spese di gestione ordinaria.

La "battaglia" di Maroni nei confronti di Tremonti sembra quindi accantonata, almeno per ora, ma c'è un'altra partita aperta che, stavolta, tira in ballo gli equilibri interni alla Lega e si innesta sulla scia delle esternazioni del ministro. Nel centrodestra ormai da mesi si fanno teoremi, analisi, congetture sul dopo Berlusconi, spesso con una buona dose di leggerezza e superficialità. Ma la questione, come detto, tocca da vicino anche il Carroccio e i destini futuri della sua leadership, aspetto peraltro fisiologico col quale, prima o poi, tutti i partiti si troveranno a dover fare i conti. 

Per capire cosa realmente si muove nella galassia leghista occorre partire dall’anno della svolta – il 2001 – quando il movimento abbandona una posizione fondamentalmente incentrata sulla spinta secessionista per assumere il profilo di forza politica che ha una responsabilità di governo e che oggi, forte anche di un consenso capitalizzato soprattutto attraverso un rapporto diretto e capillare col territorio,  riesce a influenzare le scelte dell’esecutivo nazionale su partite strategiche – vedi i temi economici  – per il proprio bacino elettorale di riferimento.

E’ proprio nell’evoluzione della storia leghista che esponenti storici del movimento “duro e puro” si sono persi per strada (Comino e Gnutti ad esempio) mentre altri del nucleo originario nato attorno a Bossi hanno preferito adeguarsi al nuovo corso. Il cammino politico di Maroni e Calderoli, rimasti saldamente ancorati al Senatur, oggi consente loro di svolgere un ruolo di rappresentanza complessiva del  movimento in stretta sintonia col leader, al punto da essere considerati “una cosa sola con Bossi”.

Tuttavia,  si fa notare nelle file padane,  il complesso equilibrio tra ruoli nazionali di governo e posizioni più connotate sulla natura del partito che entrambi e più di altri devono gestire, ha finito per allentare un contatto diretto col territorio e il suo tessuto sociale ed economico, regola primaria nel lessico del Carroccio. Parallelamente, in questi anni è cresciuta una classe dirigente che si è posizionata nei gangli strategici delle roccaforti del lombardo-veneto lavorando in una posizione più defilata ma non per questo meno efficace rispetto al proscenio nazionale occupato dai big storici del movimento. Come? Diversificando il raggio di azione nel quale ciascun dirigente opera e si muove, in modo da diventare ciascuno per le proprie competenze e incarichi assegnati, punto di riferimento diretto di settori fondamentali di potere e dunque di consenso (dai rapporti con le banche a quelli con la finanza). Del resto sta anche in questo la forza attrattiva del messaggio politico della Lega.

E’ il caso di dirigenti come Giancarlo Giorgetti, segretario della Lega lombarda che oggi è il referente economico del movimento, l'uomo cioé che tiene i rapporti con il mondo imprenditoriale, bancario e finanziario di una regione che insieme a Veneto e Piemonte produce buona parte del Pil nazionale. Lo stesso discorso vale per Rosi Mauro vicepresidente del Senato molto vicina al Senatur, o dei giovani capigruppo a Palazzo Madama e Montecitorio, Federico Bricolo e  Roberto Cota. 

Ma in che modo gli uomini forti della Lega e gli emergenti si giocheranno la chance per la successione al Senatur quando arriverà il momento? Per alcuni di loro la trattativa tra Berlusconi e Bossi sulle regionali potrebbe rappresentare l'occasione propizia per guadagnare ulteriori spazi dentro il partito. Del resto non è un mistero che l'obiettivo del Carroccio sia puntare a ottenere il massimo risultato in Lombardia dove il Senatur non considera affatto chiusa la partita per la scalata al Pirellone e a diventare il primo partito in Veneto, magari strappando al Pdl la poltrona di Galan o tentando di conquistare il Piemonte investendo sulla candidatura di Cota. Se questo scenario dovesse concretizzarsi - è il ragionamento di alcuni dirigenti di primo piano a via Bellerio - potrebbe venire meno il profilo nazionale di un esponente di spicco come Maroni  che in questo modo potrebbe portare avanti una legittima ambizione (il suo nome è considerato tra i papabili nella successione a Formigoni se l'ex governatore dovesse essere chiamato dal Cav alla guida di un ministero) e al tempo stesso costruire in una regione strategica la sua corsa alla futura leadership della Lega. In questo senso l'uscita a gamba tesa del ministro subito ridimensionata da Bossi ma che ha sollevato un vespaio di polemiche nella maggioranza, viene letta come un segnale politico diretto proprio al leader che per la candidatura a governatore della Lombardia punterebbe più su Roberto Castelli, nome che - osservano nel Pdl - più facilmente potrebbe essere digerito da Berlusconi e Fini. 

Fin qui le analisi su scenari probabili. Ma che qualcosa si muova all'ombra del Carroccio in una prospettiva di lungo periodo sembra molto più di un'ipotesi. Lo scacchiere che nei prossimi giorni si definirà attorno alle candidature per le regioni del Nord potrà fornire ulteriori elementi di valutazione. In attesa che il Senatur decida a chi affidare, in futuro, i destini della Lega.

 

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