Dietro le dimissioni di Mbeki c’è una guerra senza esclusione di colpi

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Dietro le dimissioni di Mbeki c’è una guerra senza esclusione di colpi

26 Settembre 2008

Dal 25 settembre il Sud Africa ha un nuovo capo di stato. Kgalema Motlanthe, vice-presidente dell’African national congress (Anc), è stato scelto dal parlamento con 269 voti su 360 per guidare il paese fino alle elezioni generali che si terranno il prossimo aprile. In realtà a sceglierlo non è stato il parlamento, ma l’Anc, il partito di governo che controlla i due terzi dell’assemblea legislativa e al quale si devono anche le dimissioni del presidente Thabo Mbeki molti mesi prima della scadenza del suo mandato.

Le vicende di questi giorni sono l’epilogo di uno scontro all’interno dell’Anc in corso da anni. A sfidare l’autorità di Mbeki è stato Jacob Zuma, suo vice-presidente dal 1999 al 2005, anno in cui è stato destituito in seguito ai processi per corruzione, frode e riciclaggio di denaro sporco avviati contro di lui. L’accusa più grave era di aver accettato tangenti per milioni di dollari da una fabbrica francese di armi. Parallelamente ha dovuto inoltre rispondere del reato di stupro ai danni di una giovane ammalata di AIDS, figlia di un caro amico, dal quale è stato assolto dopo essersi difeso sostenendo che lei portava una minigonna e si era comportata in modo provocante. Da allora si sono susseguite sentenze di condanna, ricorsi, appelli e altre sentenze ancora. Questo non ha impedito all’Anc di eleggerlo presidente a dicembre, in sostituzione di Mbeki, il che in pratica significa che Zuma è il candidato del partito alla carica di capo di stato e quindi sarà il prossimo leader del paese dal momento che in Sudafrica il presidente della repubblica è eletto dal parlamento nel quale l’Anc detiene la maggioranza assoluta.

Il 12 settembre l’Alta Corte di Pietermaritzburg ha accolto l’ultimo ricorso di Zuma per vizi procedurali – non entrando nel merito della sua colpevolezza che resta da accertare – e ha disposto il non luogo a procedere. Il fatto fondamentale è che nella sentenza del giudice Nicholson per la prima volta si dà credito ufficialmente alla tesi secondo la quale le incriminazioni contro Zuma rientrano in un piano politico architettato da Mbeki e dai suoi sostenitori per screditarlo e determinarne la morte politica. “Non sono convinto che il ricorrente (Zuma) sbagliasse quando denunciava interferenze politiche. Ritengo che non si possa escludere l’interferenza politica e sono del parere che ci sia stata fino a un tale livello da giustificarne l’inclusione negli atti”, sostiene il giudice Nicholson, presidente dell’Alta Corte, e l’Anc ne ha subito approfittato per diffondere una nota ufficiale in cui si afferma che Zuma sarebbe stato perseguito “per spirito di vendetta” confermando l’ipotesi di un complotto politico contro di lui.

Una settimana dopo l’Anc ha chiesto e ottenuto le dimissioni di Mbeki da presidente della repubblica, in seguito alle quali si sono dimessi anche 11 ministri. Così funzionano le imperfette democrazie africane.

A peggiorare il quadro è il profilo tutt’altro che rassicurante del futuro presidente sudafricano. Jacob Zuma è un demagogo, sostenuto dal partito comunista e dai sindacati. Una volta al potere potrebbe ad esempio decidere l’esproprio delle terre coltivabili e la loro ridistribuzione con le catastrofiche conseguenze che già si sono viste nel vicino Zimbabwe. Parla al cuore dei milioni di sudafricani poveri – la disoccupazione è al 30% – risentiti per una crescita economica i cui benefici stanno determinando lo sviluppo di una media borghesia nera, ma ancora non si riflettono su tutta la popolazione. Ma se anche fosse la persona più onesta del mondo e la meglio intenzionata a ben governare, resterebbero dubbi sulle sue capacità perché manca indiscutibilmente della necessaria formazione economica e politica non avendo fatto molto per superare i limiti di un’istruzione scolastica che non ha raggiunto neanche il traguardo della licenza elementare. Per fare un esempio, è convinto, così come la sua ex amante e, soprattutto, ex ministro della sanità Tshabalala Mismang, che l’AIDS non sia provocato da un virus e si possa curare con delle erbe. Dopo aver violentato la giovane sieropositiva si era limitato a fare una doccia.