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Dietro le quinte dello scontro tra Hamas e Fatah

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Aumento inedito della violenza
Scontri di strada tra Hamas, al-Fatah e altre milizie armate non sono una novità a Gaza. Nonostante questo, la recente ondata di violenza sembra il frutto di una vera escalation. Dall’inizio della settimana sono stati uccisi 37 palestinesi e un’infermiera è considerata clinicamente morta dopo l’attacco subito dalla sua ambulanza. Non è solo il numero dei morti ad indicare la presenza di un’escalation, ma anche lo stile delle uccisioni. Mentre i precedenti combattimenti consistevano soprattutto in scontri a fuoco per il controllo dei quartieri di Gaza, ora stiamo assistendo a un forte aumento delle esecuzioni in stile iracheno, come quella in cui i militanti di Hamas hanno sparato ad una jeep e, solo dopo il suo ribaltamento, si sono avvicinati per giustiziare gli 8 passeggeri.

Il motivo dei recenti scontri
Le ragioni della nuova violenza non sono tanto ideologiche quanto legate alla richiesta di Hamas di guadagnare il completo controllo dell’OLP e al rifiuto di al-Fatah di rinunciare al potere. Come stabilito dagli Accordi della Mecca, il governo di Hamas ha fatto spazio nell’esecutivo ad alcuni esponenti di al-Fatah. Questa manovra è stata condotta per guadagnare il riconoscimento internazionale e sciogliere l’assedio intorno ad Hamas. Uno dei motivi della sua irrequietezza, quindi, risiede nel fatto che, nonostante la comunità internazionale si sia avvicinata all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), gli Accordi della Mecca non hanno prodotto i risultati attesi.

Una parte dell’intesa raggiunta con Fatah, inoltre, riguardava l’incorporazione di Hamas nell’OLP: una coalizione di organizzazioni ribelli nella quale il partito di governo non è attualmente rappresentato. Alla guida dell’OLP ora c’è Abu Mazen, capo di al-Fatah, ovvero della fazione dominante. Hamas spinge per un cambiamento nelle gerarchie dell’OLP e per essere adeguatamente rappresentata in nome del “principio democratico”. Il leader di Hamas a Damasco, Khaled Meshaal, ha proposto di essere nominato vice di Abu Mazen e di diventare capo dell’OLP dopo il suo congedo. Abu Mazen non ha respinto l’offerta, ma è il suo intero partito a non voler mollare la presa sul potere: capiscono che lasciare l’OLP ad Hamas significherebbe la fine di al-Fatah come rappresentante del popolo palestinese. La violenza scatenata recentemente dalle forze di Hamas è stata orchestrata da Meshaal per dire ad al-Fatah: se non ci dai rappresentanza nell’OLP vi butteremo fuori da Gaza.

Bilanciamento delle forze
Le forze di Hamas ammontano approssimativamente a 12 mila soldati. In teoria sarebbero meno dei militanti di al-Fatah ma, in pratica, sono meglio addestrati ed armati anche grazie al supporto finanziario e militare iraniano. Al-Fatah ha rinunciato molto tempo fa al controllo della striscia di Gaza, concentrandosi sulla Giudea e la Samaria. Una delle ragioni per cui può farlo è la presenza dell’esercito israeliano, che impedisce ad Hamas di proseguire la sua espansione selvaggia ed il suo rafforzamento sia a Gaza che nelle altre due aree. Si stima che a Gaza si trovino più di 30 tonnellate di esplosivo e circa 100 mila armi automatiche: questo la rende la regione mediorientale col maggior armamento pro-capite (esclusi naturalmente carri armati e aeroplani).

Forze interne contro forze esterne
Hamas sta cercando di aumentare il suo potere in Giudea e Samaria, ma gli scontri, se anche dovessero estendersi, non andrebbero oltre l’uccisione dei leader di al-Fatah. Ad ogni modo, mentre di solito si tende a considerare solo la divisione tra al-Fatah e Hamas, sarebbe meglio distinguere anche tra forze interne ed esterne. Mentre il Primo Ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, e Abu Mazen, vivendo all’interno dell’ANP, si preoccupano per l’escalation di violenza, Khaled Meshaal e Faruk Kadumi, che dirigono le stesse organizzazioni ma a Damasco, si augurano già da tempo il collasso del governo palestinese. Sperano che, in questo modo, il potere passi nelle loro mani e la lotta armata contro Israele s’intensifichi.  

Israele
Nonostante lo scontro per la leadership dell’ANP e dell’OLP, le due organizzazioni sono ancora unite nell’obiettivo di distruggere il loro comune nemico – Israele. Questo è uno dei motivi per cui Hamas ha lanciato un consistente attacco missilistico alla città di Sderot durante gli scontri interni, così da perseguire allo stesso tempo le proprie finalità interne e le aggressioni contro Israele. I 30 missili Qassam lanciati contro Sderot negli ultimi due giorni hanno ferito gravemente una donna e suo figlio. Israele ha risposto bombardando le basi di lancio dei Qassam e uccidendo quattro terroristi di Hamas, ma gli esperti di sicurezza affermano che il ripetersi degli attacchi è solo questione di tempo.

Risultati
È improbabile che al-Fatah abbia successo nello scontro con Hamas nella striscia di Gaza, ma ha ancora delle possibilità in Giudea e Samaria. Una possibile conseguenza potrebbe essere la divisione tra una Gaza controllata da Hamas e un’ANP dominata da Fatah. Un’altra eventualità è che al-Fatah perda potere anche in Giudea e Samaria. Un’operazione su larga scala d’Israele nella striscia di Gaza potrebbe ridurre il potere di Hamas e dare a Fatah l’opportunità di sopravvivere in entrambe le regioni. A questo punto, tuttavia, sembra che Israele preferisca non intervenire negli scontri interni dei palestinesi. Le prospettive di una soluzione negoziale a lungo termine sembrano esigue. Hamas non rinuncerà al potere, proverà e riuscirà a completare la sua conquista, considerata - tra l’altro - come un tassello dell’ascesa dei Fratelli Musulmani, di cui fa parte. Sostenuta dai soldi, nonché dal know how e dai rifornimenti militari iraniani, Hamas ha molte più chances di al-Fatah.

Conseguenze per Israele e per l’Occidente
La crescita del terrore a Gaza è un risultato diretto del ritiro d’Israele. La battaglia non è tra “estremisti” e “moderati” bensì tra la battaglia “estrema” o “più estrema” per il potere ingaggiata all’interno di un’ideologia omicida.

Israele non è l’unico a pagare il prezzo del suo ritiro. Negli ultimi anni la sanguinosa lotta intestina ha ucciso molti più palestinesi di qualsiasi operazione difensiva israeliana.  Il terrorismo a Gaza, inoltre, si sta avvicinando sempre di più al Jihad globale, intensificando i suoi rapporti con gruppi come al Qaeda. Attacchi omicidi agli internet caffè, agli stranieri e agli operatori del sociale stanno diventando sempre più in voga. Gaza si è trasformata in una minaccia per Israele e in una ferita auto-inferta non solo per l’ideologia estremista e omicida che molti esponenti di Hamas supportano, ma anche per la convinzione che il ritiro da questo territorio abbia costituito una soluzione al problema.

L’Arabia Saudita suggerisce un altro ritiro su vasta scala da parte di Israele, questa volta dalla Giudea e dalla Samaria. Il risultato di una tale mossa sarebbe l’espansione a queste regioni della situazione che affligge Gaza. Non solo gli abitanti di Gerusalemme subirebbero il lancio di missili Qassam, ma gli stessi palestinesi sarebbero coinvolti in un altro bagno di sangue.

Shlomo Blass, storico e giornalista, è uno dei massimi esponenti del Jerusalem Center for Public Affairs.

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