Dietrofront sulla previdenza, sparisce la stretta sulle baby pensioni
31 Agosto 2011
E’ un pasticciaccio la stretta sulle pensioni. Nata orfana (tutti ne ripudiano la paternità), finirà come un totem per l’assemblaggio di piazza programmato dalla Cgil. Infatti, la misura è stata stralciata, in parte perché è troppo alto il rischio d’incostituzionalità. Essa verrà di fatto affrontata durante il consiglio dei ministri di domani "collegialmente", secondo quanto si apprende da fonti di maggioranza. Ma intanto il danno è fatto, prestando il fianco ai sindacati per ricompattarsi e agitare l’opinione pubblica (già disorientata). In conclusione, oltre ai mal di pancia in maggioranza, il pasticciaccio dell’abolizione dei periodi di studio e di naia dal calcolo della base pensionabile potrebbe finire per risollevare solamente le sorti di uno sciopero assurdo e illogico: non legittimandolo (è impossibile), ma aprendo ad una sua pacata comprensione.
La misura stralciata, se nei suoi contenuti dovesse rimanere tale, alla voce pensioni prevede una “stretta” per i futuri baby pensionati. Consiste in questo: a chi può andare in pensione “a prescindere dall’età” (vale a dire senza tener conto del raggiungimento di un minimo di età anagrafica – vincolo previsto per ogni tipologia di pensionamento) viene negato di conteggiare l’eventuale periodo di studio riscattato e quello del servizio militare (per il quale si ha diritto alla contribuzione figurativa, cioè a carico dello Stato, della collettività). La stretta, dunque, interessa chi può andare in pensione di anzianità con il solo requisito contributivo: i fatidici 40 anni. E dovrebbe succedere che, dal prossimo anno, chi voglia far valere i 40 anni per andare in pensione dovrà contare 40 anni di “effettivo servizio” (non di “contributi”) ai fini del diritto alla pensione; mentre potrà continuare a contare 40 anni di “contributi” (riscatto studio e naia inclusi) ai fini del calcolo della misura della pensione.
Nessuna penalizzazione è prevista, invece, per chi conta di andare in pensione (sempre di anzianità) con il sistema delle “quote”. In tal caso, infatti, i contributi da riscatto e quelli del servizio militare continueranno ad essere utili tanto al raggiungimento del minimo di 35 anni di contributi (per il diritto) quanto alla misura della pensione. Un esempio. Con quota “96”, valida quest’anno e il prossimo, occorre come minimo un’età di 60 anni e 35 anni di contributi. Il che significa che si può andare in pensione con 60 anni d’età e 36 di contributi o con 61 anni d’età e 35 di contributi (per i lavoratori autonomi la quota è più alta di un punto e, quindi, anche l’età). Nel calcolo degli anni di contributi (35 o 36 anni) si terrà conto sia del riscatto del periodo di studio che del periodo di naia.
Sia chiaro, la misura ha una sua coerenza logica e di sistema: è finalizzata ad evitare il proliferare di baby pensionati, ossia di lavoratori che possono andare prima in pensione a prescindere dall’età. Da questo punto di vista appare senz’altro cosa buona e giusta, perché prevede un risparmio del costo delle pensioni mettendolo sul groppone di chi maggiormente può abusare del sistema previdenziale (distorto perché illiberale) e perché allinea le regole per tutti i lavoratori. Infatti, messi a confronto i requisiti per la pensione di anzianità con le quote, quelli per la pensione di vecchiaia e quello per la pensione di anzianità contributiva (con i 40 anni), viene fuori che prima dei 60 anni si può andare in pensione soltanto con l’anzianità “dei 40 anni”.
Ciò serve a far capire dove sta il vero nocciolo della questione: sta nel fatto che la misura beffa chi si è avvalso di una regola, per quanto ingiusta se letta con gli occhi di oggi. Prendiamo una persona che oggi stia pagando il salato conto di un riscatto: che cosa succederà? Potrebbe restare beffato e dover continuare a pagare (il riscatto) e a lavorare! E sarebbe scorretto e ingiusto, oltreché un danno di immagine per il governo (per lo Stato). Qui non si tratta di allungare la finestra della decorrenza della pensione (che vale per tutti), né di aumentare l’età pensionabile (che vale per tutti). Si tratta di dire a quel giovane “i 50 mila euro che stai pagando per il riscatto della laurea ti serviranno a metà”: forse l’apprezzamento del riscatto, se il giovane avesse saputo, sarebbe stato diverso. E forse pure la conseguente decisione di pagare quel riscatto, giusta o corretta che sia.
Per ora la misura rischia solo di fare molti danni politici. La Cgil, sempre sul piede di guerra, affila le armi in vista dello sciopero del 6 settembre. Susanna Camusso, ieri, ha parlato di “golpe sulle pensioni”, spiegando che le ragioni dello sciopero sono “non solo confermate ma anche rafforzate”. La Fiom parla di “odiose decisioni del governo”. Anche la Uil si è dichiarata pronta ad uno sciopero contro “i gravi effetti della manovra sui dipendenti pubblici”, considerando “inaccettabile il mancato computo degli anni di laurea e del servizio militare ai fini previdenziali, e la mobilitazione verrà decisa il prossimo 16 settembre. Tono dismesso (e deluso) quello della Cisl che lamenta, con la voce del segretario Bonanni: “la partita non può chiudersi così”. E spiega che la misura è stata “una soluzione sgradevole, non prevista e comunicata all’ultimo momento”. Una delle categorie più colpite è quella dei medici, dove il riscatto poteva essere anche di sette anni per un pari periodo di anticipo della pensione. Parla di “scippo” Biagio Papotto, segretario Cisl Medici, spiegando che la misura dimostra “lo scarso coraggio nel colpire chi dovrebbe davvero essere colpito”. Il segretario del Pd, Bersani, chiama “fessi” coloro che hanno servito il Paese e chi ha riscattato la laurea per colpa di un “governo che non mantiene con loro il patto”.
Riflettendo con calma, si percepisce che c’è una sola via d’uscita: correggere la distorsione. Quanto meno servirà ad evitare che, da un danno, possa scaturire una catastrofe.
