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Direttiva sul copyright: Internet è morto o sta addirittura un po’ meglio?

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Il Parlamento europeo di Strasburgo ha approvato una nuova direttiva sul diritto d’autore nell’Unione Europea, un aggiornamento delle regole ferme al 2001. Hanno votato a favore 438 parlamentari e contro 226, mentre in 39 si sono astenuti. Dopo più di 15 anni si conclude un percorso molto accidentato e ricco di polemiche ideologiche, oltre che di numerosi interessi in campo. La direttiva non sostituisce le regole nazionali, ma fornisce agli stati europei una base comune più armonizzata, sulla quale costruire i propri regolamenti.

Dopo il voto c’è chi ha parlato di “morte di Internet in Europa” e di “giorno buio per Internet”; e chi ha replicato: “Internet non è morto, anzi forse sta meglio”. Nell’accesa campagna che ha preceduto la votazione non sono certo mancati i toni forti. In sintonia con decine di associazioni e movimenti pro “Internet aperto”, Wikipedia italiana ha oscurato la sua homepage, parlando di “ultima opportunità” e paventando un rilevante attacco alla libertà di espressione sul web, in caso di approvazione della direttiva; sul fronte opposto i nemici della direttiva sono stati accusati di lavorare per il Re di Prussia, ossia di supportare i grandi colossi Big Tech di Silicon Valley, che sarebbero i maggiori beneficiari di una situazione in cui i contenuti -prodotti con lavoro e investimenti- non sono adeguatamente tutelati.

La materia, oltre che divisiva, è effettivamente complessa. Da una parte è vero che le nuove norme approvate rendono più difficile ad esempio la condivisione dei contenuti sui social, pratica alla quale siamo talmente assuefatti da considerarla quasi frutto dello stato di natura, piuttosto che di una complessa evoluzione tecnologica e organizzativa. E’ anche vero che le famose rassegne di “news” a cui Google ci ha abituato saranno sottoposte a regole diverse e dovranno passare anche da accordi economici con gli editori. Non del tutto infondato -e qui si tocca un tasto delicatissimo, sul quale sarebbe opportuno tornare- potrebbe essere anche il timore di una maggiore discrezionalità censoria da parte della magistratura o delle autorità politiche nei confronti delle idee e dei movimenti reputati “scorretti” dai ceti culturalmente dominanti. Ma d’altra parte è anche vero che la situazione attuale è caratterizzata da distorsioni rilevanti: mentre la ribellione contro la libertà conculcata su Internet è guidata dai piccoli puristi del web libero, i grandi colossi (Google e Facebook), forti di un mercato praticamente monopolistico, grazie alla loro enorme capacità distributiva, sono in grado “di creare "ambienti" che rispondono alle esigenze della gente, con grande perspicacia nel "cogliere" cosa cerchiamo in rete, cosa vogliamo e

nel darcelo ogni giorno senza che nemmeno siamo costretti a reiterare le nostre richieste. Ma l'altro pezzo del meraviglioso giocattolo è che i contenuti (dalle notizie al porno), la creatività, la musica, il video, non sono un loro problema. Qualcuno li produce e loro li "indicizzano" e li fanno circolare. Già che ci sono ci mettono sopra la loro pubblicità: in Italia, Google e Facebook si pappano da soli il 70 per cento della torta pubblicitaria stimata in 8,2 miliardi. Quindi, i "distributori" si prendono quasi 6 miliardi su 8 lasciando meno del 30% ai produttori. In qualunque altro mercato: dalle automobili alle patate, la cosa suonerebbe strana" (Massimo Razzi, LaPresse 26 marzo). Gli aspetti controversi rimangono, ma molti parlamentari hanno comunque optato per non rinviare ulteriormente un dispositivo ritenuto da loro abbastanza onesto ed equilibrato. In particolare, gli articoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione sono l’11 e il 13. Che cosa prevedono?

L’articolo 11 tenta di riequilibrare il rapporto tra editori e piattaforme, spingendole a fare accordi che riconoscano agli editori un tangibile compenso per i contenuti utilizzati: da una parte gli editori si sentono penalizzati, ma dal canto loro le piattaforme sostengono di fare già gli interessi degli editori, considerato che il loro traffico arriva in buona parte dalle anteprime pubblicate sui social network o nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca. Inoltre serpeggia un po’ il timore che, in caso di difficoltà negli accordi, ci sia un disimpegno delle piattaforme verso i contenuti degli editori, e quindi un impoverimento dei servizi in rete.

L’articolo 13 in sostanza prevede “che le piattaforme online esercitino una sorta di controllo su ciò che viene caricato dai loro utenti, in modo da escludere la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d’autore e sui quali gli utenti non detengono diritti. L’idea è che ogni fornitore di servizi online si metta d’accordo con le case editrici, cinematografiche e discografiche per dotarsi di una licenza che gli permetta di ospitare contenuti coperti da copyright…. I fornitori dovrebbero dotarsi di un sistema simile a “Content ID”, la tecnologia utilizzata da anni da YouTube proprio per evitare che siano caricati video che violano il copyright sul suo sito. Il sistema dovrebbe bloccare il caricamento evitando la diffusione di un video, un file musicale o altri contenuti, evitando la violazione. I promotori delle modifiche ricordano anche che le soluzioni proposte, e via via corrette e integrate nella direttiva, danno la possibilità di avere licenze più adeguate da applicare online, tutelando meglio i diritti degli autori. Anche per questo motivo l’articolo 13 ha trovato nelle etichette discografiche, nelle associazioni degli autori e nelle major del cinema i principali sostenitori” (Il Post, 26 marzo).

In tutta questa vicenda risulta evidente come le problematiche legali e tecniche non siano isolabili rispetto alla visione della cultura e della proprietà intellettuale che i vari gruppi - professionali e politico-culturali - esprimono. Alcune contraddizioni attraversano anche i mondi professionali al loro interno: se è in qualche modo scontata la posizione di discografici, editori, produttori cinematografici a favore della valorizzazione dei contenuti, molto più complessa è apparsa la riflessione dei documentalisti e dei bibliotecari, categorie da sempre attente al maggior uso possibile dei contenuti culturali e quindi anche di quelli prodotti sulle piattaforme digitali. Si tratta di ambiti professionali in cui spesso la filosofia dell’open access vs i diritti degli editori ha trovato consenso e aperture importanti. Eppure, nel bilanciamento dei pro e dei contro, l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), presieduta da una professionista come Rosa Maiello, che nel campo del copyright si muove da anni, ha ritenuto di supportare l’approvazione della direttiva, sostenendo che “ la proposta di direttiva Diritto d’autore nel mercato unico digitale non è la migliore delle direttive possibili o quella che scriveremmo noi se ne avessimo il potere…tuttavia è una direttiva che… consentirà in tutti gli stati membri UE, a certe condizioni, utilizzazioni quali: la digitalizzazione e comunicazione al pubblico di opere fuori commercio presenti nel patrimonio di biblioteche, archivi e musei; la digitalizzazione e comunicazione di opere protette nelle piattaforme e-learning degli istituti di formazione (scuole e università); il data-mining su contenuti legittimamente ottenuti da parte di università e istituti di ricerca. Chiarirà inoltre che la digitalizzazione effettuata dalle biblioteche a scopo di conservazione è consentita (in Italia lo è già, ma non lo è in tutti gli stati membri dell’Unione). Non è roba da poco, dato che sono anni che chiediamo queste cose. Noi avevamo puntato a obiettivi più ampi... e le nostre pressioni, insieme a e a supporto di quelle delle associazioni europee e internazionali, sono servite a introdurre molteplici miglioramenti alla versione iniziale. Ora, il testo finale sottoposto al voto del Parlamento Europeo non è più ulteriormente negoziabile, l’alternativa è secca – prendere o lasciare. E noi non abbiamo alcun dubbio che a questo punto si debba prendere”. Un atteggiamento “adulto”, che secondo me potrebbe rappresentare la voce del mondo della ricerca, almeno sul versante saggio, dove è noto che le cose umane sono comunque imperfette. Figuriamoci le leggi.

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