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Diritti Umani, la sconfitta dell’Onu e del multilateralismo

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Dall’11 al 18 giugno si terrà la quinta sessione del Consiglio per i Diritti umani dell’Onu, dopo che il 17 maggio scorso l’assemblea ha integrato i paesi già membri con i nuovi eletti, tra cui l’Italia, e dopo che la Ong UN Watch ha pubblicato un Rapporto molto critico sul suo operato. 

E’ un appuntamento importante perché se continuerà il trend verificatosi finora, il Consiglio si allontanerà sempre più dalla visione occidentale (e universale) dei diritti dell’uomo e diventerà sempre più ostaggio degli Stati non democratici, ossia di quelli che il Consiglio dovrebbe appunto monitorare e, ove necessario, condannare. Da quando è stato istituito (marzo 2006) e da quando ha cominciato a riunirsi (giugno 2006), il Consiglio ha approvato 12 risoluzioni, di cui ben 9 di condanna contro Israele e tre – ma non di condanna – contro il Sudan. Per il resto: silenzio. Nessuno dei 190 Stati aderenti all’Onu, nemmeno quelli dalle evidenti violazioni dei diritti umani, come Cina o Arabia Saudita, Cuba o Russia è stato sanzionato. Solo Israele.

I membri del Consiglio vengono eletti dall’Assemblea generale a maggioranza assoluta, ma su  base regionale: 13 seggi vanno all’Africa, 13 all’Asia, 6 all’Europa orientale, 8 all’America latina e ai Carabi e 7 all’Europa occidentale e altri gruppi. Il risultato è che il 47% degli Stati membri non sono democrazie. Inoltre sono rappresentati Stati che alcune Ong sui diritti umani come Freedom House e Un Watch considerano “non liberi”. Appartengono a questo gruppo, per esempio, Cina, Cuba, Russia e Arabia Saudita la quale, ciononostante, ha ottenuto ben 126 voti in Assemblea generale, pari a circa un terzo. Stati non democratici controllano ampiamente i due gruppi regionali più ampi, Africa ed Asia, che da soli hanno la maggioranza del Consiglio (26 voti su 47).

Gli Stati formalmente democratici sono in maggioranza, ma si dividono facilmente. Gli Stati Uniti non sono presenti nel Consiglio, come pure vari Stati dell’Europa occidentale. Spesso accade che una dozzina di democrazie (Canada, una decina di democrazie europee più il Giappone e talvolta la Corea del Sud) votino concordemente, ma in genere le altre democrazie africane, latinoamericane o asiatiche votano insieme ai paesi non democratici. Il fatto più eclatante è che dentro il Consiglio agiscono altri gruppi, non regionali, ma religiosi o politici. Per esempio i paesi islamici sono collegati nell’OIC (Organization of the Islamic Conference), cui aderiscono 57 Stati membri dell’Onu. E’ stato proprio questo gruppo a proporre in Consiglio per i diritti umani le condanne contro Israele cui si sono opposti il Canada (sempre), alcuni Stati europei (talvolta) e pochi altri. A proposito del Sudan, sulle diverse proposte di condanna per i fatti del Darfur si è sempre formata un’ampia alleanza tra i paesi islamici, Russia, Cina e quasi tutti gli altri membri asiatici, che ha impedito l’approvazione di condanne o sanzioni se non in forma edulcorata.

Com’è noto, l’attuale Consiglio ha sostituito la precedente Commissione per i Diritti umani, che aveva avuto un inizio glorioso, soprattutto con la presidenza di Eleonore Roosevelt e Réné Cassin e con la redazione della Dichiarazioni sui Diritti umani delle Nazioni Unite. Negli ultimi tempi però la Commissione si era screditata a tal punto che nel 2003 la Libia di Gheddafi fu eletta alla presidenza. Nel marzo 2005 Kofi Annan annunciò la sostituzione della Commissione con il Consiglio, ma, a dispetto delle rosee previsioni della nomenklatura Onu, la situazione non è migliorata, anzi. La Commissione aveva almeno un aspetto positivo. Si avvaleva di esperti indipendenti che investigavano nei diversi Stati e poi riferivano alla Commissione. Ma molti membri del Consiglio, secondo il Rapporto di Un Watch reso noto di recente, molti membri del Consiglio vorrebbero ridurre l’indipendenza e l’autorevolezza di questi esperti ed anche limitare le prerogative dell’Alto Commissario. Il punto n. 2 in agenda per la sessione di giugno, che prevede l’implementazione della risoluzione 60/251 del 15 marzo 2006 istitutiva del Consiglio, sarebbe l’occasione per realizzare tutto ciò.

Che nel Consiglio per i Diritti umani si giochino battaglie importanti è testimoniato anche da altre due famose risoluzioni approvate dal Consiglio nel recente passato: quella proposta dai paesi islamici di condannare la diffamazione della religione a seguito delle famose vignette satiriche su Maometto e quella proposta dalla Cina di considerare la globalizzazione in quanto tale come contraria ai diritti umani. Queste due risoluzioni confermano l’alto grado di ideologicità dell’operato del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, che le democrazie occidentali non riusciranno a fronteggiare se non si libereranno di quell’ideologia che li sta logorando dall’interno: il relativismo culturale, che rende le democrazie occidentali insicure e deboli nell’affermare il valore universale dei diritti umani professati e promossi dall’Occidente.

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