“Dopo il caso Merah l’Europa ripensi le politiche d’integrazione”

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“Dopo il caso Merah l’Europa ripensi le politiche d’integrazione”

23 Marzo 2012

E’ sociologo. E’ naturalizzato italiano e d’origine algerina. Insegna all’università di Trieste Khaled Fouad Allam. E’ stato parlamentare per la Margherita. Con lui abbiamo parlato degli attentati di Tolosa e di Mohamed Merah, il giovane francese d’origine algerina, musulmano, che ha ucciso, in pochi giorni, tre paracadutisti di religione islamica e quattro francesi ebrei nella città della regione Midi-Pyrénées. Per Allam, il caso Merah e degli attentati di Tolosa potrebbe essere una buona occazione per "ripensare le politiche pubbliche dell’integrazione" e dare prova di "creatività e innovazione politica".

Di che cosa è il prodotto l’attentatore di Tolosa, Mohamed Merah?

E’ il prodotto di due fenomeni distinti. Da una parte, la tragica parabola di Merah è il risultato del diabolico marchingegno quaedista che riesce a strappare giovani, compresi generalmente tra i 18 e i 30 anni, alla dimensione collettiva e a trascinarli dentro una assolutamente individuale e isolante. Dall’altra, Merah è risultato del problema più complesso, e paneuropeo, dell’integrazione. Che cosa vuol dire essere integrato? Non basta di certo un passaporto francese, tedesco o italiano, per fare di un individuo proveniente da un altro paese un cittadino integrato. Devono essere condivisi i valori fondamentali delle democrazie moderne.

Crede che l’attentato di Tolosa cambierà l’atteggiamento dei francesi nei confronti delle comunità islamiche d’Oltralpe?

Ha fatto bene il presidente francese, Nicolas Sarkozy, a chiedere pubblicamente che non si faccia di tutta un’erba un fascio. Quel che è certo comunque è che casi di questo genere scardinano il già precario equilibrio in cui versa il tessuto di convivenza sociale tra le diverse comunità. Sicuramente qualcosa deve cambiare nell’approccio pubblico al problema dell’integrazione.

A cosa si riferisce?

Mi riferisco alla necessità di ridefinire il metodo integrativo attraverso tre politiche distinte. In primis bisogna mantenere saldi i valori fondamentali. In secondo luogo, serve uno sforzo di innovazione e creatività nella formulazione di nuove politiche pubbliche d’integrazione. In terzo luogo bisogna lanciare politiche profonde di monitoraggio dei comportamenti sociali all’interno delle comunità.

In concreto?

Per esempio non guasterebbe capire come agiscono le dinamiche intergenerazionali dentro le famiglie degli immigrati e mi riferisco alla comprensione delle dinamiche padre-figlio. Oppure andrebbe rafforzato il rapporto tra famiglia e scuola. Capire come le genti immigrate interagiscono con la scuola. Andrebbero fatti degli studi approfonditi dei quartieri dove questa gente vive. Quali sono i luoghi d’aggregazione e via discorrendo. Insomma è giusto parlare di sicurezza, sia chiaro, ma sarebbe altrettanto utile capire come queste persone dentro le varie comunità interagiscono. Una volta fatto questo, e capite le dinamiche interne, diventa più facile evitare la creazione di ‘ghetti’, i luoghi preferiti dai reclutatori qaedisti.

A proposito di ‘luoghi’, ieri Sarkozy ha parlato del problema carceri e del rischio che essi diventino dei “vivai d’indottrinamento” qaedista. Come si affronta in questo senso il nodo carceri?

E’ un vecchio problema quello del reclutamento nelle carceri. Guardi a questo proposito, il sociologo tedesco, Tobie Nathan intervistò proprio in prigione Khaled Kelkal, uno degli attentatori del TVG Parigi-Lione nel 1995. Ne uscì un’interessante scorcio sui problemi legati al proselitismo carcerario e ai processi di re-islamizzazione. Personalmente non sono un esperto in materia, ma intuitivamente, mi viene da pensare che sia necessario creare delle procedure di de-comunicalizzazione tra i detenuti. Insomma devono essere messi in condizione di non comunicare. Allo stesso tempo, per buon senso, credo che debbano essere creati degli spazi aggregativi per i carcerati che impediscano ai predicatori di fare proseliti e ai ragazzi sbandati di non finire nelle loro grinfie.